Immagini di un mercato che cambia

Per le prestigiose case d’asta americane, come Sotheby’s, si sta verificando un cambiamento nel mercato della fotografia

di Alessia Signorelli (@signorellialexa)

Il mercato dell’arte, si sa, è tra i più volubili in assoluto, in certe occasioni, quasi più di quello della moda, per fare il primo esempio che viene in mente.

Robert Mapplethopre, Orchids. Fonte immagine: tumblr.com

Robert Mapplethopre, Orchids. Fonte immagine: tumblr.com

Da queste fluttuazioni di tendenza non si esime certo il mercato della fotografia, già diviso, a partire dagli anni ’80 in fotografia “classica” e “contemporanea”, dove, per classica, si intendono anche personaggi come Mapplethorpe.

E di questo, si sono sicuramente accorte le più prestigiose case d’arte e gallerie degli Stati Uniti. Tuttavia, mentre per le prime, questo ha comportato una serie di problemi, per le altre si sta rivelando come un orizzonte tutto da esplorare, un’onda da cavalcare fino in fondo.

Le case d’aste di New York, tra cui Sotheby’s Phillips de Pury & Company, hanno registrato, negli ultimi 12 mesi un deciso calo nei guadagni (Sotheby’s è passata da un introito di 34,452$ a 25,944$, mentre Phillips de Pury & Company ha perso un totale di circa 4,000 $, passando da 22,482$ a 18,425$); unica eccezione, sembra essere Christie’s che, però ha dimostrato una crescita modestissima di poco più di 2,500$, incrementando i propri guadagni da 22, 380$ a 24,883$.

E, sebbene l’asta del 12 dicembre di Sotheby’s, nella quale sono state vendute le foto appartenenti alla collezione del filantropo Henry Buhl, tutte incentrate sul tema delle mani, si sia conclusa con un deciso attivo, restano però i dubbi e le incertezze sull’esatta direzione di questo mercato.

Molti curatori di fotografia delle case d’aste imputano la responsabilità di questi cali nei guadagni a diversi fattori, che vanno dalla “ripetitività” degli scatti collezionati – stesse foto però stampate in annate diverse, degli stessi artisti – al nuovo rapporto con il mercato artistico in genere, generato dall’avvento di Internet, all’emergere di un nuovo tipo di clientela.

Per alcuni di loro, si tratta di un momento di transizione dagli esiti incerti nato, si potrebbe azzardare, da una eccessiva “democratizzazione” del mercato; l’apertura e l’accessibilità di siti internet specializzati nel fissare i costi effettivi di un’opera d’arte ha creato la nascita di un tipo di compratore nuovo, fuori dal circuito “ufficiale”,  più “affascinato” che esperto, che basa la propria volontà di spesa su quanto riportato nel sito ed acquistando direttamente online, ad un prezzo fisso, e interessato ad un tipo di fotografia nuovo, anche questo fuori dai criteri collezionistici, tra cui l’emergente mercato delle fotografie scattate da “anonimi”: fotografie il cui valore storico – perché, magari, fissano un avvenimento socialmente importante, un momento dei nostri tempi, etc. – sorpassa di gran lunga quello del “nome” del fotografo.

E’ un trend, come si dice, decisamente interessante, che ha generato una mostra come “The Unphotographable”, alla Fraenkel Gallery di San Francisco (fino al 23 marzo), dove più di un terzo delle stampe esposte sono di fotografi sconosciuti, accanto a lavori di fotografi internazionalmente riconosciuti come

Ma, mentre le case d’aste sembrano stentare un po’ nel venire a patti con questo cambiamento (lamentando anche la scomparsa virtuale del mediatore esperto e il mescolarsi di “sacro” e “profano”), l’universo delle fiere d’arte fotografica, sembra attingere a piene mani da queste nuove tendenze sempre più democratiche, sempre più “bottom-up”, moltiplicandosi ed aprendosi anche ad un’utenza assai più “popolare”, come ha dimostrato il successo della quattro giorni della Paris Photo, a novembre 2012, che ha ospitato 150 espositori, 22 dei quali provenienti da altri Paesi e che ha visto anche la partecipazione di gallerie come la Gagosian e la Marian Goodman. Tanto successo ha permesso a Julien Frydman, direttore della fiera dal 2011,  di portarla, dal 25 al 28 aprile prossimo, ai Paramount Picture Studios di Los Angeles.

Una “democratizzazione” del mercato della fotografia d’autore che presenta risvolti molto interessanti e sicuramente da seguire e che lascia, negli “strati alti”, ampio spazio per una riflessione su se stessi ed il proprio ruolo, in un’epoca di spostamenti di focus così radicali come la nostra.

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