Ecco la scalata di Riccardo III al Congresso, in streaming

La lotta per il potere la combatte Kevin Spacey, nella sua prima partecipazione ad un serial. La novità? Da cercare su Netflix

di Valentina Palermi

fonte immagine: cdn-static.cnet.co.uk

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Metti che un regista del calibro di David Fincher (Seven, Fight Club, The Curious Case of Benjamin Button, The Social Network, l’ultimo The Girl with the Dragon Tattoo – dal bestseller di  Stieg Larsson – e decine di video musicali per artisti come Madonna, Aerosmith, Rolling Stones e Michael Jackson) voglia produrre la sua prima serie televisiva coinvolgendo, anche nelle vesti di protagonista, l’attore due volte Premio Oscar Kevin Spacey (appassionato direttore dell’ Old Vic Theatre di Londra, in tournée mondiale sui palchi di tre Continenti con il Riccardo III di Sam Mendes, ed eroe del singolo omonimo di Caparezza), non avvezzo al mondo dei serial.

Metti che insieme vogliano cimentarsi nella riedizione per gli U.S.A. di “House of Cards”, thriller politico in 4 puntate, grande successo britannico degli Anni Novanta. Fin qui nulla di strano? Ok. Ma adesso… Pensa se questo serial non vedesse la luce in TV, né in chiaro e nemmeno sulle reti in abbonamento.

No, nessun errore, flop o tagli di budget. Semplicemente Netflix! Con i suoi 27 milioni (e più) di abbonati, e con un investimento da cento milioni di dollari, il colosso americano dello streaming a pagamento ha prodotto internamente e lanciato sulla propria piattaforma tutti i 13 episodi della serie, disponibili a partire dal 1° febbraio, gettando il guanto di sfida alle reti via cavo come Showtime e HBO, proponendo una sua programmazione originale.

fonte immagine:wikipedia.org

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Sulla poltrona del “Late Show” di David Letterman, il produttore esecutivo Kevin Spacey introduce la sua “ultima fatica”, basata sull’omonimo romanzo dello scrittore Michael Dobb, ex-collaboratore e Capo dello Staff del Partito Conservatore durante il governo di Margaret Tatcher, il quale una volta cacciato decise di vendicarsi.

Il personaggio principale, Francis Urquhart (impersonato nella serie della BBC da Ian Richardson), mostra molti aspetti in comune con il Frank Underwood di Spacey. Innanzitutto le iniziali FU – che sembrano poca cosa, ma lette come acronimo di una delle più note parolacce anglofone, esplicitano il livore di Dobb – nella finzione, e l’esperienza come attori teatrali fedeli al repertorio shakespeariano – ecco che torna “Riccardo III” – e il “tempismo politico” (post-Lady di Ferro per l’uno, post-Prima Legislatura di Obama per l’altro) nella realtà.

Nella versione statunitense, Frank Underwood è un membro del Congresso “fittizio, ma che lavora davvero” del Sud Carolina, sostenitore della campagna elettorale di Garrett Walker (Michael Gill), che riesce diventare Presidente degli Stati Uniti. Ma quando è tempo per lui di ricevere la nomina a Segretario di Stato, il lavoro viene offerto a qualcun altro: da quel momento l’unico suo obiettivo diventa la vendetta, attorniandosi di complici, alcuni volenterosi, altri inconsapevoli (tra cui Zoe BarnesKate Mara -, giovane senza scrupoli ed etica, reporter del Washington Herald). E poi c’è Claire (Robin Wright – ex Penn –), la moglie (fedele?) di Frank, una Lady Macbeth in tenuta da jogging, impegnata in un’organizzazione no-profit, spesso coinvolta negli intrighi politici del politico.

Con il suo personaggio, Kevin Spacey abbatte l’immaginario “fourth wall” lasciandosi andare nelle sue digressioni verso il pubblico, proprio come il Riccardo III di Shakespeare. Frank guarda profondamente nell’occhio della cinepresa con rabbia e cinismo beffardo.

Con il suo progetto, invece, fa parlare di rivoluzione, rendendo il confine tra la TV e cinema ancora più sottile. L’attore sostiene fortemente quest’idea: “la gente può scegliere quanti episodi vedere e quando. Seguendo questo esempio la TV e il cinema realizzeranno quello che l’industria musicale non è riuscita a fare. Date alle persone quello che vogliono a un prezzo ragionevole, e lo compreranno senza rubarlo”.

Intanto, oltreoceano gli utenti sembrano gradire, perché “la cultura del pubblico sta cambiando”, e i vertici di Netflix attendono il riconoscimento da parte di critica e industria. Magari anche il momento giusto per aprirsi al mercato europeo.

In Italia, per ora, non possiamo far altro che aspettare.

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