Madame Fotografia in mostra a Parigi

Al Centre Pompidou, “Voici Paris: Modernités Photographiques 1920-1950”. E le donne fanno la parte del leone

di Alessia Signorelli

fonte immagine: artnet.com

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La fotografia” aveva detto nel 1930 Carlo Rim, editore capo del magazine VU “è stata inventata due volte. Prima da Nicéphore Niépce e Daguerre, circa cent’anni fa, e poi da noi.”

Più di 300 foto, distribuite in cinque sezioni che illustrano l’evoluzione e l’esplosione della fotografia negli anni tra le due guerre a Parigi – fulcro, in quei trent’anni – della vita culturale d’Europa e non solo.

“Ecco Parigi”, come recita parte del titolo di questa mostra, ospitata al Centre Pompidou e nata dall’acquisizione, sempre da parte dello stesso Centre, di una delle più “corpose” collezioni fotografiche, quella di Christian Bouqueret, avvenuta nel 2011.

Ecco Parigi, all’alba del XX secolo, nel periodo di maggiori cambiamenti sociali, politici ed artistici, che vanno ad intrecciarsi e confondersi tra di loro, creando un terreno fertile per emancipazioni e “scandali”: il primo nudo e gli oltraggiosi capelli corti di Louise Brooks, il corpo della donna, non più materno, rassicurante, costretto in corsetti e gonne ampie,  ma magro, svelto, fasciato da abiti che ridisegnano le linee e scoprono le gambe.

Ed ecco la Parigi delle donne fotografe. In mezzo a nomi famosi, come Man Ray, André Kersetze, René Zuber, tra i tanti, hanno grande risalto nomi quali Nora Dumas, Dora Maar, Germaine Krull, Claude Cahun.

Nella Parigi di quegli anni si incontrano e si scontrano artisti provenienti da tutti gli angoli d’Europa, pronti a dare un nuovo corso, una nuova forma, all’arte, pronti a sovvertire l’ordine precostituito. In questo, le donne, fino a quel momento più spettatrici che protagoniste attive, giocano un ruolo importante, come Germaine Krull, espulsa dalla Baviera perché attiva politicamente e vicina ai comunisti rivoluzionari, che approda nel 1926 a Parigi, dopo aver soggiornato ad Amsterdam ed aver iniziato a fotografare l’architettura metallica.L’anno successivo, pubblica il suo portfolio “Metal”, che le fa guadagnare il soprannome di “Valchiria di ferro”; diventerà una delle figure femminili di maggior rilievo nel panorama artistico di quegli anni, iniziando a sperimentare con la sovraesposizione e le varie manipolazioni della pellicola.

E poi ci sono Dora Maar, che nel 1934 conoscerà Man Ray e Andrè Breton, avvicinandosi al gruppo Octobre e nel 1936 incontrerà Pablo Picasso, grazie a Paul Elouard, diventandone, oltre che la fotografa ufficiale, anche la compagna per dieci anni. Famosi i suoi fotomontaggi, di eredità surrealista, e Nora Dumas, che lasciò una forte testimonianza sulla vita dei contadini francesi di quegli anni. “Uso la mia Rolleiflex come farebbe un contadino, forse è per questo che le mie fotografie hanno quella sensazione di onestà che le contraddistingue”.

Fa pensare come, in mezzo a molti “nomi maschili”, siano così forti le voci delle donne di quegli anni (alcune delle quali vicine al movimento delle suffragette, o, addirittura, apertamente lesbiche).

Portatrici di innovazione, pronte ad osare, ad oltrepassare ogni limite imposto dalla società di quegli anni, più che volenterose a tuffarsi e lasciarsi trascinare dal vortice di cambiamento che contraddistingueva quell’epoca, si può rintracciare, nei loro lavori, creati con un medium nuovissimo per l’epoca, soprattutto nell’uso che se ne andava facendo via via, il desiderio di affermarsi come artiste autonome, spogliatesi del fardello di una femminilità fino ad allora castrante e restrittiva. 

Di pari passo all’emancipazione femminile, va l’utilizzo dell’apparecchio fotografico, illustrato nella disposizione delle cinque sezioni; si parte dall’ ondata surrealista, si passa per l’impatto della crisi del ’29 che porterà alla nascita del fotogiornalismo e dell’utilizzo della macchinetta fotografica come strumento non solo di azzardo artistico, ma anche di cronaca, esplorato nella terza sezione ed approfondito nella quarta, dove le diverse esperienze fotografiche si fondono, fino ad arrivare alla “caduta”, la quinta sezione, che preconizza ed illustra quel “Ritorno all’ordine” tanto cercato dopo gli eccessi dell’iper-sperimentazione surrealista.

Ecco la Parigi che, in trent’anni, vide, finalmente, la conquista della scena da parte delle donne, non più semplici, passive, dolci muse, ma sperimentatrici temerarie tanto quanto, in certi casi anche di più, dei loro colleghi uomini e che ora ne riconosce il valore e la fondamentale importanza nell’aver contribuito a dare la vita al concetto contemporaneo di fotografia.

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