Il lavoro da remoto è un’alternativa anche per i rifugiati

Con la pandemia da coronavirus, lavorare da remoto era diventato imperativo, e l’abitudine è rimasta anche oggi che la situazione è più rilassata. Ma lavorare da casa può essere l’alternativa perfetta anche per i rifugiati che hanno dovuto lasciare i loro paesi.

A soli 27 anni, la rifugiata Mursal Azizi è l’unica a lavorare della sua famiglia, composta da quattro persone. Originari di Kabul, erano scappati dall’Afghanistan a ottobre 2021, due mesi dopo che i Talebani avevano ripreso il controllo del paese. Adesso vivono in Pakistan, dove i rifugiati non possono essere assunti da aziende od organizzazioni, e nemmeno accedere agli uffici.

Fortunatamente, è permesso lavorare da casa come freelance. E grazie a un sito web chiamato YaganKar, Azizi è in grado di guadagnare lavorando come animatrice e graphic designer, i suoi campi di specializzazione.

YaganKar è stato fondato in Canada nel 2018 dal rifugiato afghano Jamshid Hashimi per creare opportunità di lavoro da remoto per gli afgani, dentro e fuori il loro paese natale. Descritta come una piattaforma di talenti, connette i freelancer afgani con possibili datori di lavoro nel mondo.

Da quando si è iscritta al sito, a maggio di quest’anno, Azizi è stata assunta per tre progetti. Ha disegnato una illustrazione per una maglietta per un piccolo negozio di abiti canadese chiamato BigiNagi e ha creato un logo per l’associazione di beneficenza Canadian Women for Women in Afghanistan. La tariffa di un singolo progetto, che si aggira intorno ai 200 euro, riesce a coprire le spese della sua famiglia per un mese. “Loro dipendono da me” ha spiegato Azizi, che non ha fornito foto di sé per l’articolo.

Dopo la pandemia da coronavirus, decine di milioni di persone nel mondo hanno dovuto lavorare da remoto per la prima volta. E sembra che a molti di noi sia piaciuto.

Le cifre ottenute all’inizio dell’anno dalla BBC hanno dimostrato che nel Regno Unito il numero di ricerche per posti di lavoro da remoto è aumentata di otto volte da gennaio 2020 a marzo 2022. Similarmente, l’aumento negli Stati Uniti è aumentato di cinque volte.

Allo stesso tempo, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) continua a sostenere il lavoro da remoto come soluzione alle possibili tensioni causate dai rifugiati che cercano lavoro all’interno della loro nuova comunità, dove i posti di lavoro disponibili potrebbero già essere scarsi. All’inizio del 2022, l’UNHCR aveva dichiarato la cifra record di 100 milioni di persone dislocate nel mondo, 53,2 milioni all’interno dei confini del loro paese, e 46,8 milioni che si erano trasferite all’estero.

Il sito web YaganKar, che ha la sede in Canada, aiuta più di 600 afgani ad ottenere un lavoro da remoto con più di 70 datori di lavoro nel mondo, in settori che vanno dal tech al design, dal marketing ai social media. I lavoratori hanno bisogno di un computer con accesso a internet di una webcam. Circa 400 delle attuali 600 persone che utilizzano il sito si trovano in Afghanistan, incluse quasi 140 donne. Il resto si trova in altri 20 Paesi, tra i quali Stati Uniti, Canada, Australia, Italia e Indonesia. Circa il 20% del totale sono donne.

YaganKar guadagna facendo pagare le aziende per inserire i loro annunci di ricerca di lavoratori e Hashimi, il fondatore, spera di continuare a espandere le operazioni. Vorrebbe che entro l’anno prossimo più di 1.000 afgani utilizzassero il sito, e vorrebbe anche lanciare un piattaforma di apprendimento per aiutare gli utenti a moltiplicare le loro abilità.

Ancora prima della caduta del governo dei talebani, le opportunità d’impiego in Afghanistan non erano ideali” ha spiegato. “Ma attraverso il lavoro da remoto, i creatori e i contratti a tempo determinato possiamo commisurare i talenti afgani a casa e all’estero alla domanda del mercato globale”.

Da tempo, anche Lorraine Charles sostiene l’idea che permettere ai rifugiati di lavorare da remoto potrebbe rafforzare le economie avanzate. Charles è la cofondatrice di Na’mal, un’altra azienda sociale di Londra che lavora per aiutare sempre più rifugiati a lavorare da remoto. Di recente ha stretto una partnership con Upwork, una piattaforma statunitense che raccoglie freelancer a livello globale. L’obiettivo è aumentare il numero dei rifugiati che trovano lavoro attraverso quel sito web.

Ovviamente, non tutte le professioni e i settori possono offrire lavoro da remoto, ma se ciò diventasse un modello lavorativo effettivo, non sarebbe necessario vivere nelle capitali globali per avere accesso alle opportunità” ha spiegato Charles. “Per me, il lavoro da remoto è una democratizzazione dell’impiego. Le opportunità non sono ovunque, ma potrebbero esserlo con questo nuovo spazio in cui viviamo”.

Lavorare da remoto può essere un motivo per rimanere nel proprio paese, piuttosto che cercare opportunità all’estero. In Venezuela, dal 2015 più di 7 milioni di persone hanno espatriato, in quanto la nazione sudamericana sta vivendo una crisi economica e politica continua.

Ma il sito web iWorker sta fornendo qualche ragione per restare, connettendo più di 900 venezuelani a opportunità di lavoro da remoto offerte da aziende negli Stati Uniti, in Canada e in Europa. La piattaforma è stata istituita nel 2018 dall’imprenditore venezuelano Enrique Yervez e dal suo amico americano Jeb Koogler. Proprio in quell’anno, Yervez si era trasferito in Argentina con sua moglie, che al tempo era incinta.

IWorker sta continuando a raccogliere opportunità lavorative che vanno dalla ricerca nel marketing alla gestione di database, dal video editing al graphic design, e si sta espandendo per aiutare anche i lavoratori in tutta l’area dell’America Latina e in Africa.

La cosa che è molto utile ai lavoratori in Venezuela è che vengono pagati in dollari statunitensi, evitando quindi l’inflazione che affligge il bolivar venezuelano. Le tariffe su iWorker partono da circa 6 euro l’ora. Yervez ha dichiarato che il lavoro che offrono implica che i venezuelani “non sono costretti a fuggire dal paese per cercare un impiego, dando loro il potere di decidere se rimanere o andarsene”. Ha poi aggiunto: “Così le famiglie rimangono unite, e ciò aiuta anche a ridurre le tensioni coi Paesi vicini”.

Una venezuelana che usa iWorker è Marcela Payares, di 26 anni, che vive nella capitale con sua madre e suo nonno. Guadagna circa 820 euro al mese facendo attività di ricerca, data entry o graphic design. Payares ha spiegato che se avesse invece lavorato per un’azienda locale, probabilmente non avrebbe guadagnato più di 300 euro al mese. Ha aggiunto che la sua “crescita personale è stata enorme”.

In Pakistan, Azizi ha spiegato di essere grata di poter lavorare nei campi del graphic design e dell’animazione, per i quali ha una laurea magistrale. “Farei qualsiasi cosa per sopravvivere, quindi non importa che lavoro faccio. Ma i lavori artistici sono la mia passione e quello che ho sempre immaginato di fare”.

Traduzione di Chiara Romano via bbc.com
Titolo originale tradotto: “Il lavoro da remoto è l’alternativa perfetta anche per i rifugiati”

Immagine di copertina via worklife.news

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