Discriminazione di genere: se non sfocia in violenza non fa notizia

L’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul è l’ennesimo passo indietro verso un’uguaglianza di genere che arriva in un clima già scosso dall’uccisione di Sarah Everard a Londra il 3 marzo scorso e che ha riacceso un dibattito che va affrontato una volta per tutte.

La recente notizia dell’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne arriva come un lampo in un cielo già molto grigio. Di recente aveva fatto accendere i riflettori sul tema sicurezza l’accaduto a Sarah Everard a Londra a inizio marzo.

Si è riaperto un dibattito che rivendica una libertà fondamentale per le donne ma che spesso viene trascurata, quella di potersi muovere liberamente senza rischiare la vita. Molte le voci di donne che si sono accese per mobilitare le società ad intervenire su questo tema. Nella Turchia di Erdogan solo nel 2020 sono stati registrati 300 femminicidi ed altri 171 sono casi di donne morte in circostanze sospette.

Come riportano i dati di We Will Stop Feminicide, una donna su due è stata uccisa dal proprio partner attuale e 1 su 10 da un ex. Anche in Italia oltre il 60% delle donne vittime di omicidio volontario viene uccisa dal partner attuale.

E i pericoli non sono solo tra le mura domestiche.

Sarah Everard, 33 anni, è scomparsa a Londra mentre rientrava da casa di un’amica poco dopo le nove di sera, il  3 marzo scorso. Pochi giorni dopo i resti del suo corpo sono stati rinvenuti in un bosco a diversi chilometri da dove era stata vista l’ultima volta. Per il suo omicidio è stato incriminato un poliziotto londinese di 49 anni, l’agente Wayne Couzens.

Nel mese dalla Giornata Internazionale dei diritti delle donne si riapre nuovamente un importante dibattito sui disagi e gli abusi che le donne subiscono anche in Paesi avanzati e civili come il Regno Unito. Ora manifestazioni insorgono anche in Turchia.

A seguito della morte di Sarah Everard la polizia londinese ha invitato le donne a non uscire di casa da sole.

Non si è fatta attendere la risposta della parlamentare Jenny Jones, che ha ribattuto sul fatto che sarebbe più opportuno imporre agli uomini un coprifuoco dalle 18 in poi.

Una provocazione che evidenzia un fattore fondamentale: intimando le donne a non uscire di casa si sposta il problema proprio sulle donne stesse. Quando invece la violenza di genere, qualunque essa sia, è un problema degli uomini.

Questo è il prodotto di una cultura che fino ad ora ci ha fatto credere fosse “naturale” vivere così.

Scrive l’inglese The Independent: “Quando una donna può sparire dalle strade di Londra, lasciando le altre a temere per la loro sicurezza, quando due donne a settimana vengono uccise da un partner attuale o precedente, secoli di disuguaglianza devono essere rovesciati”.

Molte altre donne inglesi si sono pronunciate a seguito di questo evento.

Come scrive la parlamentare Diane Abbot in un tweet: “Anche dopo tutti questi anni, se sono fuori a tarda notte in una strada isolata e sento i passi di un uomo dietro di me, automaticamente attraverso la strada. È l’abitudine di una vita per cercare di stare al sicuro. Ma non dovrebbe essere così”.

Quanto volte abbiamo preso la strada più lunga ma più illuminata per rientrare a casa sole.

Quante volte ci siamo sentite dire “avvisa quando arrivi” anche se il tragitto era di pochi metri.

Quante di noi tengono le chiavi a portata di mano, la musica nelle cuffie bassa o addirittura spenta per poter sentire se ci si avvicina qualcuno. Lo smartphone pronto a mandare un messaggio per avvisare che siamo arrivate “sane e salve”.

Quante di noi pensano ad uscire con scarpe comode se mai dovesse servire correre.

Vi sieti mai chiesti quanto possa essere frustrante e stancante tutto questo?

Eppure, a volte neanche tutte queste accortezze sono abbastanza per salvarci la vita.

Siamo cresciute con l’idea di doverci difendere, di dover tenere sempre alta la guardia, cresciamo socializzate con la paura. Non dobbiamo essere noi a venire istruite su come proteggerci ma gli uomini che devono venire educati al rispetto verso le donne e le loro volontà.

Un sondaggio recentemente svolto da UN Women UK commissionato da YouGov metteva in luce un dato agghiacciante: nella società inglese, tra migliaia di donne consultate, il 97% ha dichiarato di aver subito molestie verbali o materiali da uomini nel corso della loro vita. Addirittura tra i 18 e 24 anni l’80% ha subito molestie in spazi aperti.Ma ancor più preoccupante è che il 96% di loro non avrebbe mai denunciato in quanto senza fiducia dell’apparato burocratico.

Altro aspetto importante è che non sono considerate tutte violenze di “Seria A”. Mai ci verrebbe in mente di denunciare un uomo che ci fischia per strada mentre camminiamo sul marciapiede, neanche fossimo cani.

Siamo talmente abituate a difenderci che non ci facciamo più nemmeno caso, viviamo una normalizzazione del terrore che è ormai ritenuta, appunto, naturale. Ma la violenza sulle donne è frutto di un fenomeno sociale dovuto alla società patriarcale in cui siamo immerse.

Banalmente, rifiutiamo delle avance dicendo di avere un fidanzato perché un “no” secco, un uomo, può non accettarlo. Come se avesse più rispetto per un altro uomo che per il semplice rifiuto di una donna.

Il The Guardian ha pubblicato sulla propria pagina Instagram un post in cui individua delle linee guida dopo che su Twitter molto uomini si sono chiesti come poter aiutare le donne a sentirsi più al sicuro.

Cambiare marciapiede se si cammina dietro una donna che è sola, al buio. Far sentire la propria presenza mandando un messaggio vocale o facendo una chiamata, così da non sembrare un’ombra silenziosa. Chiedere agli amici o al tassista che ci riporta a casa che aspetti di vederci entrare dal portone. E molti altri.

Il grido “Non all men”, non tutti gli uomini, è quello con cui rispondono molti paladini. Ma non è d’aiuto. Non ci si erge a salvatori solamente proclamando la propria benevolenza. Questo deresponsabilizza solo un comportamento che invece deve essere evidenziato. Se non tutti gli uomini stuprano, perché tutte le donne invece devono vivere col terrore di poter diventare vittima di un uomo?

Il caso di Sarah Everard non è assolutamente un caso isolato. Nel Regno Unito il 97% di giovani donne è stato vittima di molestie sessuali.

In Italia il 2020 è stato l’anno peggiore per i femminicidi. L’incidenza della componente femminile nel totale degli omicidi è stata del 40,6%. La più alta di sempre. Sono circa 7 milioni le donne che, almeno una volta nella vita, sono state vittima di un qualche tipo di violenza.

Tutto questo fa emergere l’esigenza sempre più impellente che venga aperto un dibattito sulla violenza di genere e sulla responsabilizzazione.

 

Non possono essere i comportamenti di autodifesa delle donne ad arginare questo fenomeno. Solamente intervenendo con approcci educativi adeguati che andranno a modificare una cultura da sempre maschilista della società, si potrà sradicare un fenomeno così complesso e radicato.

Giada Giancaspro

Immagine di copertina via wantedinrome.com

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