Come potrebbero riprendersi le arti post COVID-19?

Il COVID-19 ha devastato teatri e musei di tutto il mondo, Regno Unito compreso. Ma, con un po’ d’immaginazione, si può creare qualcosa di ancora migliore

In Gran Bretagna, le arti si trovano in una situazione disperata. Alcuni nomi importanti, come l’Old Vic di Londra e la Royal Albert Hall, hanno dichiarato di essere vicini al collasso. La stragrande maggioranza dei lavoratori culturali britannici – artisti, musicisti, compositori, direttori, attori, tecnici freelance – hanno visto il loro tenore di vita distrutto nel giro di poche ore, a marzo. Adesso si trovano sul filo del rasoio, nonostante gli aiuti del governo per i lavoratori autonomi.

In Inghilterra, ogni centesimo disponibile dell’Art Council è stato versato nel fondo di emergenza per mantenere le organizzazioni artistiche a galla fino a settembre, e lo schema di congedo è un’ancora di salvataggio. Tuttavia, alcuni si stanno già disintegrando. Il teatro Nuffield Southampoton ha chiamato gli amministratori il 6 maggio. Dopo un decennio di austerità, non c’è assolutamente più nessuna risorsa nel sistema britannico.

Il fatto è che le organizzazioni che hanno avuto più successo nel seguire un modello dal profumo neoliberale – liberandosi dalla “dipendenza” dello Stato, guadagnando denaro maggiormente da bar, affitti dei locali e cose del genere – sono i più vulnerabili. Ma tutte le organizzazioni sono sull’orlo del precipizio. Perderle significherebbe non solo perdere straordinarie infrastrutture artistiche, alle quali l’identità nazionale britannica è così strettamente legata. Significherebbe anche perdere la rete di lavoro relativo all’istruzione, alla cura sociale e alla comunità che tali enti forniscono.

La situazione è ancora più seria per le arti dello spettacolo.

Musica, danza, opera e teatro congiungono in un business che le raccoglie tutte. Saranno le ultime aree della vita pubblica a riaprire. Gradualmente, si sta cominciando ad accettare che ciò non avverrà prima della prossima primavera.

Il teatro con distanziamento sociale è già un fallimento finanziario, prima ancora di cominciare. Un auditorium con il pubblico seduto ad almeno due metri di distanza significa raggiungere una capienza del 10-15%. Ma la maggior parte dei teatri necessitano almeno il 60-90% di presenze per sopravvivere. Per quanto riguarda gli artisti, è difficile immaginare un balletto distanziato socialmente, o un’orchestra sparpagliata abbastanza da salvaguardare la salute dei musicisti.

Musei e gallerie pubbliche si trovano in una posizione leggermente migliore: potrebbero esserci una riapertura graduale verso la fine dell’estate. Biblioteche e librerie potrebbero tornare accessibili anche prima. I musei come ad esempio il Tate Modern si stanno orientando sul 70% in meno di visitatori rispetto a prima della pandemia. Verranno distanziati con code, biglietti scaglionati e orari di apertura più estesi. Siccome siamo ormai abituati a fare la fila per entrare al supermercato, farla anche per entrare in questi spazi sarà familiare.

Anzi, per alcuni musei l’esperienza potrebbe essere migliore – nonostante ulteriori ostacoli potrebbero scoraggiare gli incerti o coloro con salute fragile. Tuttavia, questo modello sarà paralizzante a livello finanziario, specialmente per quei musei che sopravvivono proprio per il fatto di essere sempre pieni e di far spendere il più possibile da ogni visitatore. Le entrate di negozi e bar crolleranno.

Gli artisti e gli amministratori delle arti britannici, tuttavia, hanno inventiva e sono resilienti. Hanno dovuto imparare a esserlo, per sopravvivere i tagli del 2010. Ma sono pieni di idee, piani e schemi, alcuni più pratici di altri, alcuni con una risposta più diretta alla crisi che altri. Il dipartimento dei costumi della Royal Opera House sta confezionando camici per il servizio sanitario; Slung Low, a Leeds, sta utilizzando le proprie abilità organizzative, necessarie per organizzare uno spettacolo, per inviare i pasti alle persone più vulnerabili.

E per quanto riguarda gli spettacoli?

Si sta pensando a diversi cambiamenti: farli all’esterno, ridimensionarli, estenderli, mandarli in streaming online. Si può guardare uno spettacolo stando seduti in macchina? Un compositore riuscirebbe a scrivere un’opera per un ensemble distanziato socialmente? Si può rendere interessante un festival letterario online anche se il pubblico non può stare nella stessa stanza degli autori?

Nel Perthshire, Elizabeth Newman gestisce il teatro Pitlochry Festival, i cui fondi provengono solamente al 15% da risorse pubbliche. La donna ha dichiarato di aver pensato di modificare i locali, creando uno zoo di animali domestici distanziato socialmente o una Lapponia natalizia, creando una potenziale fonte di entrate. Ma la verità è che nessuna di queste idee farà quadrare i conti. I teatri sono luoghi in ci le persone si siedono vicine, respirano la stessa aria, condividono la stessa esperienza. Ed è in questo modo che guadagnano.

Chiaramente, ci vorrà immaginazione, coraggio e seri interventi da parte del segretario alla cultura, Oliver Dowden, e del cancelliere, Rishi Sunak, insieme al governo, per far superare la crisi alle arti britanniche. Le somme richieste saranno relativamente modeste rispetto alle eventuali ricompense, sia a livello economico che a livello sociale, che proteggeranno tale struttura, delicata ma preziosa. Sarà più economico e facile andare avanti adesso in questo modo che cercare di ricostruire il tutto dalle ceneri.

Tuttavia, prevenire il collasso è solo il primo passo. Ci sono state molte riflessioni durante la pandemia, e non tutte sono arrivate alla conclusione che le arti dovrebbero ricominciare esattamente da dove hanno interrotto. Questo potrebbe essere il momento per un cambiamento strutturale. È necessario che, ogni anno, le orchestre stipino 90 persone e i loro strumenti in aerei per estenuanti tour in diverse città, a caro prezzo del benessere individuale e delle loro carbon footprint? Davvero dobbiamo diffondere l’arte contemporanea con un sistema globalizzato che invia persone e sculture con aerei in tutto il mondo, in un infinito carosello di fiere e biennali? È possibile che le arti britanniche dopo la pandemia dovranno essere più crude, basilari, più radicate alle loro comunità che prima. E ciò potrebbe non essere una cosa negativa.

Paragonare la pandemia del COVID-19 alla seconda guerra mondiale è un gioco pericoloso e ridicolo.

Ma in termini puramente pratici, quella è stata l’ultima volta in cui le organizzazioni culturali si fermarono completamente. La biografia di Robert Skidelsky su John Maynard Keynes riporta che all’uomo piaceva dire che utilizzava la calma della guerra per riflettere sul subbuglio della pace. Quella riflessione portò ad uno scenario completamente innovativo per le arti in Gran Bretagna: la fondazione dell’Art Council of Great Britain. L’ente venne creato poiché l’arte e la cultura erano un modo per fornire cure e conforto a tutta la società dopo quel trauma nazionale.

In un discorso alla BBC, Keynes dichiarò che, partendo dall’idea di sostituire ciò che la guerra aveva strappato via, “scoprimmo subito che stavamo fornendo ciò che non era mai esistito, nemmeno in tempo di pace”. Dopo la fondazione dell’Art Council, nel 1946, seguirono a ruota una serie di importanti festival delle arti: a Edimburgo nel 1947, Aldeburgh nel 1948. Poi ci fu il Festival of Britain e il Royal Festival Hall nel 1951. Inventare qualcosa che non si era mai nemmeno immaginato, qualcosa di anche meglio di ciò che c’era prima: questo potrebbe essere il vero piano di recupero delle arti, e una eredità politica di grande valore.

 

Traduzione di Chiara Romano da theguardian.com

 

Immagine di copertina via Wikimedia

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