MusicaIn3D: tre sfumature di metal con Ozzy Osbourne, Body Count e Five Finger Death Punch

Preparate le cuffie o avvertite i vicini per precauzione perché questo mese la sezione di #MusicaIn3D pesca dal metallo pesante con Ordinary Man di Ozzy Osbourne, F8 dei Five Finger Death Punch e Carnivore dei Body Count

Ordinary Man –  Ozzy Osbourne

Ad Ozzy e ai suoi Black Sabbath si deve il merito di aver contribuito a far nascere il metal. E, al netto delle discussioni sul fatto che i Black Sabbath sono o non sono la prima band metal del mondo, una cosa è certa: hanno trascinato l’hard (rock) verso l’heavy (metal). E questo è solo per quanto riguarda sonorità, stile e tecnica. Hanno, inoltre, certamente influenzato l’attitudine, i costumi, lo stile di vita e gli atteggiamenti che poi sono stati ripresi da plotoni di gruppi e artisti in tutto il mondo.

I Black Sabbath con i loro 19 album in studio (dall’omonimo del 1970 a 13 del 2013) sono stati una delle band più influenti di tutti i tempi.

Ozzy Osbourne non è stato sempre un BS, uscendo e tornando nel gruppo diverse volte, ma nella sua carriera da solista non ha di certo abbassato l’asticella: con i suoi 11 album in studio ha saputo ben dosare l’acceleratore del rock noncurante delle critiche dove le sue sperimentazioni erano troppo azzardate.

Ozzy oggi ha 72 anni di vita, di eccessi e trasgressioni e, sebbene non sia più il cantante che staccava le teste dei pipistrelli a morsi, non è neanche il vecchietto che passa le giornate a vedere i lavori del cantiere davanti casa.

Non sta vivendo un periodo tranquillo, è vero, ma con l’aiuto di amici del calibro di Duff McKagan, Chad Smith, Ali Tamposi, Slash e sir Elton John è riuscito a confezionare un ottimo disco, il primo di inediti dopo dieci anni. Lo sforzo del madman si sente dal primo all’ultimo minuto e il risultato è grandioso per uno che non aveva di certo qualcosa da dimostrare al mondo.

Un prodotto forse meno heavy e più hard e con la ballata che dà il titolo al disco (cantata con Elton John) che mette quasi in secondo piano una delle più belle ballad mai cantate da Ozzy: Mama, I’m Coming Home.

In questo disco canta ad un certo punto:

Don’t forget me as the colors fade

When the lights go down,

it’s just an empty stage

Tranquillo Ozzy, non ci dimenticheremo di te e sicuramente non morirai “ordinary man”.

Carnivore –  Body Count

È un peccato che Ice-T sia conosciuto in Italia principalmente per Law & Order – Unità vittime speciali, la serie tv che dal 2000 ha sfornato più di 400 puntate, o per alcuni film di dubbio successo al botteghino (vedi Fuoco sulla città) o per personaggi che di certo non rimarranno nel cuore di molti cinefili (vedi ad esempio Albert Denning il personaggio che interpretato in Johnny Mnemonic).

Ice-T, all’anagrafe Tracy Lauren Marrow, per il mondo della musica è invece principalmente il frontman dei Body Count ovvero il primo gruppo crossover metal afroamericano. Con loro Ice-T ha pubblicato 7 album in studio (per la cronaca: da solista ne ha incisi 8).

photo by: Tijs Van Leur

Con Carnivore i Body Count confermano la loro attitudine forte e aggressiva, unendo alla raffinata qualità dei testi un buon livello sulle parti strumentali al pari del sound contemporaneo del rap metal.

Il disco in sé scorre bene in tutte le 11 tracce e, forse complice la sua brevità (39 minuti sono pochi per un LP di questo genere), è un disco pulito e compatto dove l’aggressività (nei testi e nel cantato di Ice-T) non risultano troppo crudi neanche ad un orecchio più acerbo. 

 

Ci sono poi altri elementi che rendono Carnivore un bel disco: le collaborazioni, gli ospiti e i cameo (Jamey Jasta, Amy Lee e Riley Gale, Jello Biafra, Dave Lombardo, Will Putney) e 2 cover: quella di di Ace Of Spade dei Motörhead che, seppur con poco carattere autonomo rispetto all’originale di Lemmy Kilmister e colleghi, è un’ottima chicca piazzata nella prima parte del disco e poi Colors 2020, la cover di un pezzo rap di Ice-T (che si chiama solo Colors) del 1988, rivisto e aggiornato in chiave moderna e con gli strumenti che picchiano duro al posto delle basi elettroniche.

 E adesso provate a fare il flash mob delle 18.00 dal balcone con questo disco.

Five Finger Death Punch – F8

L’ultimo disco della tripletta picchia duro tanto quanto i primi due (se non di più) e, sebbene le sonorità siano decisamente più melodiche di quelle proposte dai Carnivore, la band del Nevada non le manda a dire e martella come un martello pneumatico sull’asfalto in una calda giornata d’estate alle 2 di pomeriggio.

Tralascio i problemi interni che hanno avuto i Five Finger Death Punch nell’ultimo periodo anche perché, nonostante tutto, sono riusciti a fare un tour mondiale dal vivo ovvero il Megadethpunch tour (by the way sono stati anche a Milano in uno degli ultimi concerti autorizzati pre-quarantena da Cooronavirus) dove le leggende del thrash metal, ovvero i Megadeth, hanno aperto in arene e palazzetti i concerti del tour europeo dei FFDP per la promozione del loro ottavo album in studio.

Quando ho sentito per la prima volta Five Finger Death Punch ero in un bar di Exarchia, un quartiere molto particolare di Atene, nel 2014 e la radio del locale ha passato la loro versione di House Of The Rising Sun… decisamente singolare come interpretazione di un classico diventato pop grazie alla versione degli Animals del 1964.

Da quel giorno ateniese ho imparato a conoscere e capire bene questo gruppo che, almeno ai miei occhi, da American Capitalist (2011) ad oggi con F8 non ne sbaglia una. Neanche quando, sempre per rimanere in tema di cover, hanno reinterpretato una delle più celebri canzoni degli Offspring,Gone away.

Ma veniamo al disco in questione.

Se non conoscete i dischi precedenti, questo è un buon inizio per avere un’ampia panoramica delle peculiarità che caratterizzano questo gruppo specie con le tracce “Full Circle”, “Mother May I (Tic Toc)” e “Inside Out”che apre il disco.

Il sound complessivo è certamente molto lavorato in post produzione con innesti di archi e sfumature che rendono più pulite e cristalline le esecuzioni strumentali e la possente  voce di Ivan Moody – quest’ultima da gustare particolarmente in “Living The Dream”, “To Be Alone”, “As Darkness Settles In”.

Certo, se da una parte il suono a volte troppo plastico e costruito (la batteria ad esempio sembra quasi sintetica in molti passaggi) farà rabbrividire i puristi del genere, dall’altro lato questo disco (più dei precedenti) ha tutte le carte in regola per essere apprezzato da chiunque.

 

Damiano Sabuzi Giuliani

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