Il Regno della Brexit seleziona gli immigrati

Il governo Johnson permetterà gli ingressi solamente a “personale qualificato” e “brillante”
Brexit

Fonte Immagine: Erreemmenews.it

Il Regno Unito dell’era Brexit chiude i confini con un netto taglio degli ingressi. Dal 1° Gennaio 2021, che sancirà la fine del processo di transizione, per andare a vivere nel Regno Unito bisognerà essere molto meritevoli. Downing Street, infatti, la scorsa settimana ha reso nota l’esistenza di un piano regolatore per i visti di ingresso che punterà a fare entrare solamente i più “brillanti e talentuosi” – secondo le parole di Priti Patel, ministra degli Interni che lo ha presentato.

Non è tardata ad arrivare la stretta anti europeista per il governo di Boris Johnson: a 20 giorni dalla Brexit, ecco la nuova legge in materia di immigrazione. L’obiettivo è riprendersi “Il pieno controllo delle frontiere per la prima volta in decenni” ed eliminare “un sistema migratorio distorto dalla libertà di circolazione europea“. Presentando il piano, la Patel ha aggiunto che “La cosa giusta è che le persone parlino inglese prima di venire nel nostro Paese” e che “abbiano un percorso già definito, attraverso un lavoro o un’istituzione accademica“. Con questo sistema “potranno venire nel Regno Unito solo i migliori e più brillanti“.

Un sistema a punti, accumulati tra titoli di studi, contratti di lavoro, livello di stipendio e conoscenza della lingua inglese. Almeno 70 dovrà essere il punteggio raggiunto per raggiungere il Regno Unito post Brexit (e rimanerci in pianta stabile). Vediamo come si potrà ottenere. Intanto non si potrà fare a meno di 3 condizioni: un’offerta di lavoro già firmata (20 punti); attività specializzata (altri 20); conoscenza della lingua (10). Inoltre, 20 punti si potranno acquisire se l’offerta prevede almeno un salario di 25.600 sterline, il dottorato di ricerca assegna altri 10 punti e addirittura 20 se il post lauream verte su argomenti tecnico-scientifici. Rispetto al salario, una deroga è già stata pensata per mestieri legati all’ambito medico, come nel caso di dottori e infermieri, che scarseggiano: per i 20 punti necessari basterà uno stipendio di 20 mila sterline.

Sistema a punti anche per gli studenti. Chi vuole studiare in Regno Unito dovrà dimostrare di avere un’offerta da un’istituzione riconosciuta, di parlare inglese, ovviamente, e di potersi sostentare economicamente. Al termine del percorso di studi si potrà lavorare in Inghilterra per 2 anni. Più difficile la situazione per freelance o imprenditori di start up: al momento, pare non ci siano sbocchi di sorta. Le nuove regole riguarderanno persone provenienti dall’Europa e da altri continenti, ma non toccherà gli stranieri che già risiedono nel Paese.

Se per il governo Johnson e la sua Ministra Patel la nuova legislazione è cosa giusta e saggia, opposizione e imprenditoria si dimostrano più critici. La segretaria Labour, Diane Abbott ha espresso la posizione del partito contro i primi effetti della Brexit: “Non si è riflettuto su quali saranno gli effetti di questa politica sull’economia nel suo insieme e quale messaggio invia ai migranti che già vivono e lavorano qui“. Non usa mezzi termini la portavoce degli affari interni dei Democratici liberali Christine Jardine ha affermato che le proposte si basano sulla “xenofobia“.

Diversi i settori imprenditoriali che hanno dimostrato perplessità. “Ostacolare l’immigrazione poco qualificata in pochi mesi sarà disastroso per il settore dell’ospitalità e per molti cittadini britannici. Le aziende hanno bisogno di tempo per adeguarsi” – ha dichiarato alla BBC Kate Nicholls, presidente di UK Hospitality, leader di comparto. Le ha fatto eco Minette Batters, presidente del Sindacato Nazionale Agricoltori: “L’industria agroalimentare è al centro della nostra economia e abbiamo bisogno di una politica migratoria che soddisfi le vostre esigenze. Se chiudiamo la strada di accesso a questi lavori –  ha sostenuto – il settore agricolo subirà un grave impatto“.

Il corso anti-europeista, infatti, non frustra solamente i principi del libero spostamento delle persone ma rischia di incidere negativamente anche su diversi settori industriali. I comparti che si avvalgono di lavoratori con basse qualifiche per attività e mansioni che non hanno bisogno di qualifiche più elevate. Sebbene la Patel si preoccupi che gli “inattivi” indigeni tra i 16 ed i 64 anni siano 8 milioni, non c’è garanzia che con questi si sopperisca all’assenza di immigrati poco qualificati ma, proprio per questo, adatti al ruolo.

Un altro settore che soffrirà per il piano post Brexit è quello della cura agli anziani: i badanti o figure simili. Un sesto di questi sono lavoratori spesso immigrati e, comunque, sottopagati. E per queste figure, adesso, trovare spazio sarà ancora più difficile, visto che in media lo stipendio è di 20 mila sterline. Per le stesse ragioni si preoccupa anche il settore edile e infrastrutturale: in Inghilterra il 10% dei lavoratori è straniero, proveniente principalmente dall’Ue.

Anche l’ambito ospedaliero potrebbe soffrire di deficit di personale, non tanto tra i medici e gli infermieri, che avranno garantito canale di accesso (come dicevamo prima), ma per le figure più operative quali barellieri o assistenti. E l’industria agricola, che conta il 60% dei suoi lavoratori non britannico. Per non parlare di alberghi, servizi di ristorazione e vendita al dettaglio: dei veri e propri punti di riferimento anche per quegli immigrati che vi hanno trovato una prima via di insediamento in vista di una stabilizzazione – o, come è stato il caso di molti giovani italiani, o sono stati funzionali a molti percorsi di studio.

Sara Gullace

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