Creed 2: la rivincita dopo 30 anni

Nelle sale italiane l’ottavo (e forse ultimo) capitolo della saga di Rocky: i destini incrociati di Creed e Drago nella pellicola firmata Steven Caple Jr.
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I protagonisti di Creed 2 (immagine via facebook.com/FunFullTime.official)

Amore, vendetta, rabbia, odio, possibilità, fiducia, volontà: questi taluni dei principali temi attorno a cui, a nostro giudizio, ruota la trama di “Creed 2” (sequel di “Creed – Nato per combattere”, film del 2015).

Il film, sotto la regia di Steven Caple Jr., presenta al pubblico una grande storia d’amore incastonata nel magico mondo di Rocky Balboa (Sylvester Stallone), il celebre pugile di Philadelphia. La boxe, infatti, fa solo da sfondo al vero amore che unisce Adonis Creed (Michael B. Jordan) e Bianca (Tessa Thompson). Un amore che verrà rinsaldato dalla nascita della loro primogenita. Oltre a ciò – in linea con tutta la fortunata serie di “Rocky” – gli altri messaggi emotivi che ricorrono nel film sono relativi alle capacità nella vita di un individuo di giocarsi bene le proprie chance, dinon mollare mai” eall’essenzialità della sfera familiare.

Dal punto di vista narrativo, la trama si sviluppa anche con sapienti riferimenti a quella di Rocky IV. Geniali, infatti, le scene in cui sono riproposti gli highlights dei match – di 30 anni prima – tra Ivan Drago (Dolph Lundgren) e Apollo Creed (Carl Weathers), in cui quest’ultimo perse la vita sotto i colpi irresistibili del sovietico, e quello successivo in cui lo “Stallone Italiano” sconfisse la “Transiberiana” Drago vendicando la vita del suo caro amico Apollo.

Le scelte scenografiche sono indovinate: il deserto in cui Adonis si allena, l’immancabile statua di Rocky con la scalinata al Philadelphia Museum Art – stavolta percorsa da Ivan Drago e suo figlio Viktor (Florian Munteanu) – le periferie di Kiev ed il ring.

Davvero emozionante la scena dell’incontro “face to face” tra Ivan Drago e Rocky: il russo fa una visita inaspettata a Balboa nel suo ristorantino italiano. Ottima la coreografia dell’entrata sul ring di Adonis, accompagnato da Bianca che canta “I will go to war”. Certo – in un continuo parallelo con Rocky IV – nulla a che vedere con la mitica scena di ingresso sul ring di Apollo Creed sulle note di “Living in America” del grande James Brown. Nulla di paragonabile anche alla “ring entrance” di Drago nel match con Rocky, quando nel buio dello stadio un cono di luce viene proiettato su di lui, che si dirige sul quadrato e, una volta, giuntovi l’inno dell’Unione Sovietica cantato da tutto il pubblico. Roba che metterebbe i brividi ancora oggi.

La storia è influenzata dalle vicissitudini personali dei singoli protagonisti. Dopo la sconfitta con Rocky, Ivan Drago viene dimenticato e umiliato in patria, abbandonato dalla moglie Ludmila (Brigitte Nielsen, un gradito ritorno) e costretto a trasferirsi in Ucraina con il figlio Viktor, a cui insegnerà l’unica cosa che conosce “combattere e vivere nell’odio”. La loro vita è come quella dei “cani randagi”, che devono sopravvivere a tutti i costi. Viktor, cresciuto nell’odio, soffre comunque l’assenza della madre che lo abbandonò.

Rocky è perso tra ricordi e rimpianti: il senso di colpa per la morte di Apollo, la nostalgia per Adriana, il rapporto problematico con il figlio Robert Jr (Milo Ventimiglia) d il desiderio di conoscere suo nipote Logan (Robbie Jhons). Adonis soffre il paragone pugilistico con il padre (“The Master of Disaster”), ma può contare sull’amore della sua famiglia, di sua madre Mary Anne (Phylicia Rashād) e, chiaramente, sull’amicizia di Rocky.

Tutto questo mix di sentimenti confezionano una miscela esplosiva, che culminerà soltanto quando Adonis e Viktor si affronteranno faccia a faccia sul ring dando vita al secondo capitolo “Creed vs Drago”. Il gong della campana sta per suonare, tenetevi pronti.

Francesco Ciavarella

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