Dazi doganali: tra Stati Uniti e Cina è guerra commerciale

In vista delle elezioni di medio termine, Donald Trump irrigidisce la politica estera: colpiti commercio e immigrazione
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Donald Trump vs Pechino (immagine via creators.vice.com)

Sta diventando un pericoloso gioco al rialzo la tensione commerciale tra Stati Uniti e Cina, che si stanno dando battaglia a colpi di dazi doganali. Dalla scorsa primavera, infatti, tra Washington e Pechino è in corso una guerra commerciale fatta di offensive, minacce e rappresaglie sulle reciproche importazioni. Il tutto, all’ombra delle imminenti elezioni di mid-term del prossimo novembre.

L’ultimo colpo di scena a metà settembre, quando Donald Trump ha ridefinito le tariffe di importazione con un aumento del 10% sui beni cinesi per una stima di 200 milioni di dollari e quasi 6 mila prodotti – la percentuale è destinata ad aumentare esponenzialmente, fino a raggiungere il 25% all’inizio del 2019, con la minaccia di un’addizionale di 67 milioni in caso Pechino non rivedesse le sue politiche commerciali.

Cosa ha scatenato il dissidio commerciale tra le due potenze mondiali? Per Washington il nuovo piano tariffario è una risposta alle violazioni della proprietà intellettuale da parte di Pechino, compreso il trasferimento forzato di tecnologia a partner locali per consentire ad aziende straniere di operare nel mercato cinese. Secondo il Presidente statunitense “sono state date diverse opportunità alla Cina” per fare marcia indietro sulle politiche commerciali che sta adoperando negli ultimi mesi. “Spiace per la situazione – ha continuato Trump –, ma il mio dovere è proteggere gli Stati Uniti, i suoi lavoratori e le sue aziende”.

Quasi immediata l’inevitabile reazione: la settimana scorsa la Cina ha ridefinito i dazi tra il 5 e il 10% per un costo di 60 milioni di dollari. Le misure riguardano oltre 5 mila prodotti di diverso genere: dai beni di largo consumo (computer e tessili) a quelli industriali (aerei) così come a diversi generi alimentari come grano, carne e vino. “Gli Stati Uniti persistono nell’imporre nuovi dazi – ha motivato il Ministro del Commercio cinese –, ci spiace profondamente, ma questo indebolisce le possibilità di contrattazioni bilaterali. E non negozieremo – ha concluso – sotto minaccia”.

Stati Uniti e Cina hanno un costante rapporto commerciale che implica la necessità di rimodulazioni delle negoziazioni nel corso del tempo: durante lo scorso anno, gli USA hanno importato beni per 505 milioni di dollari a fronte dei 130 messi sul piatto dal Paese asiatico. Sbilanciate anche le applicazioni tariffarie: 250 milioni degli Stati Uniti contro appena 110 della Cina. Maggiore equilibrio nelle sanzioni: ad inizio estate entrambe le potenze si sono attestate sui 50milioni. Successivamente Trump aveva rilanciato forte arrivando agli attuali 200milioni, cui la Cina ha risposto con 60milioni.

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Donald Trump, a sinistra, e il presidente cinese, Xi Jinping

L’opinione pubblica internazionale si domanda quali ripercussioni ci saranno sui mercati commerciali e finanziari. Secondo le prime uscite dalla Camera di Commercio statunitense in Cina, le aziende straniere nel territorio hanno già iniziato a risentire dell’aumento dei dazi. Un’altra realtà che si trovano a fronteggiare è l’applicazione di misure di rappresaglia indiretta da parte del governo cinese, come rallentamenti alla frontiera o impreviste e supplementari ispezioni. E colossi come Harley Davidson, Whirlpool, Intel e Cambpell Soup già parlano di vendite al ribasso per l’ultima parte dell’anno.

I rapporti con la Cina si sono ulteriormente inaspriti, sempre in questi giorni, con l’annuncio di sanzioni dell’amministrazione USA alla Difesa cinese, rea di aver acquistato armamenti (missili e caccia) dalla Russia: per Pechino si tratta di violazione dei diritti internazionali e anche se Washington ha chiarito che l’obiettivo da colpire è Vladimir Putin, ha deciso di annullare il viaggio del vice premier Liu He negli States.

Con le elezioni di medio termine alle porte, Trump punta a riassicurarsi i voti del suo elettorato e, per farlo, deve a sua volta rassicurare quest’ultimo al cospetto della minaccia di Cina e Russia.

Del resto l’inquilino della Casa Bianca non abbassa la guardia in politica estera neanche sul caldissimo tema immigrazione. Anzi, rilancia. Dopo aver abbassato notevolmente il numero di entrate dalla precedente amministrazione Obama, che avrebbe permesso fino a 110 mila rifugiati annui, anche se a fine mandato (2016) era stato di 85 mila presenze, adesso rimarca il limite.

Il Segretario di Stato, Mike Pompeo, a metà mese ha annunciato l’attivazione della nuova linea sulla gestione rifugiati: a fronte delle 45 mila presenze messe in conto quest’anno (di cui all’attivo se ne registrano 21 mila) nel 2019 ci sarà spazio per massimo 30 mila rifugiati. Per Pompeo, in questo caso portavoce dell’amministrazione, le nuove misure sono giustificate da motivi di sicurezza nazionale: con la necessità di assicurare controlli adeguati su ogni entrata. “Dall’inizio del prossimo anno fiscale – ha spiegato il segretario USA – il governo riavvierà il programma di ammissione dei rifugiati, il cui ingresso continua a rappresentare potenziali minacce per la sicurezza e il benessere degli Stati Uniti”.

Questo, quindi, sarà il contributo che intendono dare gli Stati Uniti di Trump di fronte all’emergenza rifugiati, stimata intorno al numero di 25 milioni dall’Alto Commissariato Rifugiati per il solo 2017.

Sara Gullace

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