La “Nuova Rivoluzione Russa” passerà da Mosca

L’opposizione lancia il guanto di sfida a Vladimir Putin e al suo Partito “Russia Unita”. Messo da parte il Movimento di Alexei Navalny, ora tocca ai “Democratici Uniti” raccoglierne lo scettro

elezioni mosca

Un’urna elettorale a Mosca

Lo scorso 10 settembre 46 milioni di russi sono stati chiamati alle urne per rinnovare gli organi esecutivi di 17 tra regioni e Repubbliche autonome, oltre ai membri delle Assemblee legislative di 6 regioni e ad alcuni Consigli comunali. Tra questi ultimi c’era anche quello della capitale russa. Mosca, cuore pulsante di questo immenso territorio, è da sempre il luogo dove tutto si decide. Specchio delle brame di un paese dai mille volti e dalle mille contraddizioni, metropoli con il più elevato numero di “paperoni” al mondo, Mosca è anche una tra le 9 città con il costo della vita più alto. Una realtà, però, che cozza evidentemente con le ristrettezze economiche che molti cittadini sono costretti a sopportare.

È qui, sulle rive della Moscova, che si è fatta la storia in un lontano e freddo inverno di 100 anni fa. Erano giorni febbrili di scioperi e proteste. Da quelle giornate di contestazione e scontri di piazza il mondo sarebbe uscito, comunque la si pensi, profondamente stravolto. Oggi, a cento anni di distanza da quel 1917, le cose sembrano tutt’altro che cambiate: le piazze sono tornate a riempirsi di manifestanti inferociti e di slogan antigovernativi – e anche la repressione della polizia sembra sopravvivere immutata, con migliaia di arresti e detenzioni.

È proprio in questo scenario che il voto dello scorso settembre sembra acquisire un peso politico determinante. L’esito delle votazioni era praticamente scontato ed ha sancito l’ovvia vittoria di Vladimir Putin e del suo Partito “Edinaja Rossija” (Russia Unita). Eppure la vittoria è parsa meno schiacciante delle precedenti, soprattutto perché non è avvenuta in quartieri storicamente “fedeli” all’ultimo Zar di tutte le Russie. Al seggio del quartiere Gagarin per esempio [lo stesso dove vota Putin], tutti i 12 seggi sono andati al Partito d’opposizione Jabloko. Segnale evidente, dicono gli esperti, che qualcosa comincia a muoversi all’ombra del Cremlino, definitiva conferma che il “Partito Nazione” di Putiniana ispirazione inizia perdere colpi e con esso anche il progetto di una rinnovata “Grande Russia”.

Qualcosa di simile era accaduto già nel 2011 e poi ancora nel 2012. In entrambe le occasioni, la classe media russa aveva lanciato il suo personale guanto di sfida alle politiche economiche del Governo sposando la causa del Movimento di Elezioni Mosca, la nuova rivoluzione russa passerà da qui – che si batteva contro l’emorragica diffusione della corruzione e delle disuguaglianze sociali. Di quel Movimento, colpa anche del fatto che molti dei suoi attivisti sono fuggiti all’estero o sono stati arrestati, non è rimasto più niente o quasi.

D’altro canto, però, nei risultati elettorali in molti vedono la consacrazione di Vladimir Putin nel cuore dei russe si mormora già che lo stesso abbia avanzato l’ipotesi di candidarsi da indipendente alle elezioni presidenziali del 2018. La scelta sarebbe maturata dalla convinzione che, nonostante “Russia Unita” stia vacillando sotto i colpi delle opposizioni, l’apprezzamento nei confronti del suo leader si attesti ancora intorno all’80%. Questioni di numeri, certo. E d’altra parte le elezioni si vincono con i numeri.

Candidarsi da indipendente, a quanto pare, sembra essere l’ultima moda in Russia. Dei 7.000 candidati pronti a contendersi i 1.502 seggi della capitale, oltre 1.000 appartenevano alla piattaforma “Democratici Uniti” creata da Dimitrij Gudkov. Un “Uber della politica” – come lo ha definito lui stesso – nato per aiutare normali cittadini a superare le maglie, strettissime, della legislazione russa in materia elettorale. Un intricatissimo groviglio di adempimenti burocratici ed economici che limiterebbe il numero delle candidature – scartando, dicono dal quartier generale del Movimento, tutti coloro i quali non sono graditi al Partito di governo. È proprio a questo punto che si sarebbero inseriti Gudkov e la sua piattaforma web, offrendo aiuto a quanti intendessero prendere parte alla sfida elettorale. Il tutto, grazie alla collaborazione di oltre 50 esperti.

I risultati ottenuti sono lampanti, davanti agli occhi di tutti. Secondo l’agenzia russa Interfax, infatti, il Partito d’apposizione Yabloko ha trionfato in 180 seggi – corrispondenti a 8 distretti sui 12 in cui è suddivisa Mosca – facendone la seconda forza politica della capitale russa. Di questi 180, poi, 43 sono andati a candidati indipendenti, appunto. Anche l’altro Movimento d’opposizione “Solidarnost” sembra poter cantare vittoria, conquistando nel quartiere di Krasnosel’ski 7 seggi rispetto ai 3 di Edinja Rossija. Risultati confortanti, anche e soprattutto perché arrivati dopo una delle campagne elettorali meno pubblicizzate della storia democratica russa – con una percentuale di affluenza tra il 14 e il 15%.

Per scardinare gli equilibri politici del paese Gudkov e il manager della sua campagna elettorale hanno pensato bene di affidarsi a quello che potremmo definire “un usato sicuro”. Vitalij Shrljarov, infatti, può vantare un curriculum vitae di tutto rispetto – basta chiedere a Barack Obama e a Bernie Sanders per conferma. L’idea di portare una ventata d’aria fresca sulla scena politica russa, partendo da una dimensione locale, è così diventato realtà: il 32% dei candidati alle ultime comunali moscovite, infatti, aveva meno di 35 anni.

La storia politica del leader del Movimento “Democratici Uniti” risale al 2011. Figlio d’arte, come si suol dire, Gudkov è stato infatti parlamentare della Duma fino al 2016 – prima di essere espulso dal Partito “Russia Giusta” per aver accusato gli Americani d’interferenze negli affari della “Grande Madre Russia”. Da quel momento in poi, la sua carriere politica è stata incentrata tutta sull’opposizione a Vladimir Putin, alla legge nota come “Grande fratello russo” e all’annessione della Crimea.

Dopo aver appreso di essere riuscito nel suo intento – ovvero mettere in discussione lo strapotere di “Russia Unita” – Gudkov ha definito l’esito delle comunali come una “straordinaria vittoria, non completa, ma pur sempre una vittoria”, mostrandosi convinto del fatto che solo il 5% dei russi sarebbe davvero convinto di votare ancora Putin. Gli altri – ovvero il restante 55% – a suo dire voterebbe chiunque gli venisse chiesto di votare. Degli zombie insomma, come a li ha definiti lui stesso in un’intervista a L’Espresso.

Le sanzioni, la crisi del rublo, la caduta del prezzo del greggio e la messa al bando di alcuni prodotti europei come ritorsione contro le sanzioni starebbero aggravando la situazione economica russa oltre misura. Sarebbe questo il vero ago della bilancia, il fattore economico, l’unico elemento capace di mobilitare veramente una popolazione allo stremo – peccato, però, che la propaganda di regime stia bombardando la gente di vuoti messaggi all’unità patriottica, stringere la cinghia per resistere alle potenze occidentali.

Tuttavia molti economisti russi ritengono che, seppur drammatico, il momento economico non è ancora favorevole ad un cambio ai vertici – probabilmente per via dello scarso appeal che l’opposizione ha sulle masse di lavoratori pubblici. Secondo alcuni di analisti, infatti, solo quando quest’ultima riuscirà a capire i veri problemi che attanagliano la classe media russa si potrà iniziare ad ambire a qualcosina in più del 5-10% di consenso elettorale – una sorta di “Proletari di tutto il mondo unitevi”, ma in chiave contemporanea.

Per il momento, quindi, non resta che pazientare e attendere che la storia faccia il suo corso. Perché, al netto di ogni ragionamento politico, nel futuro della Russia non c’è nient’altro che Putin. Perlomeno fino al 2024, anno in cui lo Zar dovrà inevitabilmente lasciare il passo.

Mattia Bagnato

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