Aree di rispetto: lo Stato e l’ordine pubblico

Dopo le manganellate agli operai di Terni, le forze dell’ordine cercano di ripensare il mantenimento dell’ordine pubblico: idranti in piazza e spray al peperoncino le proposte. Ma che fine ha fatto la legge sui numeri di riconoscimento?

di Guglielmo Sano

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Gli scontri tra la polizia e gli operai dell’AST, fonte: Blitz Quotidiano

Lo Stato – in questo caso quello democratico basato sulla “divisione dei poteri” – si trova spesso obbligato a mantenere l’ordine pubblico. Quest’ultimo è da intendersi sia come difesa di quelle norme che garantiscono le basi dell’ordinamento e delle istituzioni, sia come garanzia della pace e della sicurezza collettiva. In funzione delle sue leggi e della possibilità di esercitare “forza legittima” nei confronti di chi lo minaccia,  proprio nel momento in cui difende se stesso lo Stato dovrebbe difendere i diritti di chi contribuisce alla sua stessa vita – i cittadini.

La vita di una società complessa, però, è alimentata dall’intersecarsi di vari fattori – siano essi economici, culturali, giuridici, politici e persino psicologici. In virtù di questa molteplicità, una società complessa è spesso vittima di forti disuguaglianze che in linea teorica spetterebbe allo stesso Stato appianare. Esso alcune volte riesce a ridurre le necessità/possibilità di conflitto, altre volte vi tenta senza successo. Se lo Stato e le sue istituzioni non prevengono il malessere sociale, prima o poi le tensioni emergono.

Ora, lo Stato può sopportare un certo livello di pressione prima di dover usare la “forza”. Ci sono dei canali che permettono di incanalare le richieste di modifica dell’ordinamento – così come per richiedere specifici interventi “dall’alto verso il basso”. Anche il rifiutare certi canali di comunicazione con le istituzioni, tuttavia, è una modalità importante di protesta. Anche il mancato rispetto di una legge può significare “esistenza politica”.

“Disobbedire” è spesse volte legittimo, benché a volte comporta che lo Stato intervenga e con la “forza” – proveniente dalla legge, dunque non indiscriminata. Chi disobbedisce lo sa, infatti: è proprio affrontando il trattamento che la legge prevede per la propria condotta che si manifesta una “frattura” tra legge e cittadini, una “frattura” che chi disobbedisce si augura di risanare.

Gli operai di Terni che manifestavano a Roma perché la Thyssen Krupp li vuole licenziare, non hanno “disobbedito”. Protestavano pacificamente e in testa al loro corteo c’erano anche gli esponenti del loro sindacato: in sostanza, si erano affidati in tutto e per tutto alle istituzioni e ai loro meccanismi per risolvere il proprio problema. Solo manganellate, in cambio. Senza motivo.

Gli scontri con gli operai di Terni (l’aggressione?) pare stiano determinando la decisione di cambiare le regole di ingaggio dei reparti impiegati in operazioni di mantenimento di ordine pubblico.

Per il Capo della Polizia Alessandro Pansa, la nuova parola d’ordine da usare in piazza sarà “distanza”. I tecnici del Viminale stanno studiando tutte le accortezze “per evitare sempre più il contatto con la folla”. Al momento si pensa di intensificare l’uso di idranti – montati su particolari camionette – per creare delle “aree di rispetto” tra forze dell’ordine e manifestanti. Che genere di rispetto possa nascere, dal fatto che nel getto emesso dagli idranti potrebbero essere miscelate “leggere sostanze urticanti”, è tutto da scoprire.

Insomma: si sceglie di non punire chi ha gestito in maniera pessima il mantenimento dell’ordine pubblico. Addirittura se ne ampliano le possibilità di peggiorare il proprio operato. Peppe De Cristofaro, deputato di Sel, così ha commentato i fatti di Roma: “gli ultimi incidenti sarebbero stati l’occasione perfetta per il governo per dire parole distensive. Aprendo, pur senza colpevolizzare nessuno, ai codici identificativi”. Lo stesso De Cristofaro è stato tra i promotori di un disegno di legge sul tema già nel 2013. Al momento, bloccate da più di un mese in Commissione Affari Costituzionali (alla fase degli emendamenti) ci sono anche le proposte di Luigi Manconi (Pd), Lorenzo Battista (ex pentastellato) e Marco Scibona (M5S).

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