“Io sono cultura”: rapporto sull’Italia che funziona

I lavoratori “intellettuali”, valgono 80 miliardi di euro, ma non hanno quasi mai una posizione contrattuale certa. Un rapporto fotografa la situazione dei “creativi” italiani, sempre più competitivi e sempre meno tutelati

di Guglielmo Sano

hhjLwJpyEaAogUC-556x313-noPadDue milioni di lavoratori – copywriters, video maker, seo, web content editors, grafici, art directors, esperti di social marketing – under 40, ma anche meno giovani: sono l’esercito di precari della “cultura”. Il rapporto del 2013, realizzato da Unioncamere e Symbola intitolato “Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, parla di loro.

I “creativi” italiani si barcamenano tra contratti a progetto, collaborazioni occasionali, finte partite IVA (arruolate dalle aziende e poi non retribuite), limitazioni temporali o di reddito per le esenzioni fiscali, ma resistono e si organizzano sfruttando le opportunità fornite dalla rete. Il “quinto stato” dei lavoratori della cultura, pur ignorato e per niente tutelato, rappresenta un settore produttivo in crescita e che si sta rivelando trainante per la nostra economia.

Le imprese impegnate nella cultura, secondo i dati del 2012, sono 460mila (il 7,5% delle attività economiche nazionali), 88mila (quasi il 10%) si registrano in Lombardia (la maggior parte si trova comunque al Nord-Est e al Centro) . Queste aziende generano 75,5 miliardi di valore aggiunto, cioè il 5,4% di tutta la ricchezza prodotta dal paese. L’intero settore dà lavoro a 1 milione e 400mila persone, ovvero il 5,7% di tutti gli occupati. Se si calcola, oltre il sistema produttivo culturale privato, anche quello della pubblica amministrazione e del no-profit, il valore aggiunto arriva a 80,8 miliardi, pari al 5,8% dell’economia nazionale.

Inoltre, se non consideriamo soltanto le imprese che “producono” cultura in senso stretto (industrie culturali, come televisione, industria cinematografica e discografica, editoria – e creative “export oriented”; organizzazioni che si occupano di valorizzare il patrimonio storico-artistico e architettonico; performing arts e arti visive cioè attività che non si prestano a un’organizzazione di tipo industriale), chiamando in causa tutta la “filiera della cultura” – gli altri settori produttivi attivati dalla cultura come il turismo legato alle città d’arte – il valore aggiunto passa dal 5,4% al 15.3% del totale di tutta l’economia nazionale.

Il rapporto calcola, infatti, che il sistema produttivo culturale possa vantare un “effetto moltiplicatore” pari a 1,7: cioè che per ogni euro di valore aggiunto prodotto da una delle attività di questo segmento se ne attivano mediamente, sul resto dell’economia altri 1,7. In termini monetari significa che gli 80,8 miliardi prodotti dalla cultura nel 2012 riescono ad attivarne 133. Tutta la filiera culturale, in senso lato, vale in pratica circa 214 miliardi.

I dati che emergono dal rapporto fanno a dir poco strabuzzare gli occhi: in pratica quello della cultura non solo è un settore in piena espansione (naturalmente non ancora tutte le strade di possibile valorizzazione del patrimonio culturale italiano sono state esplorate) ma ha mostrato anche una notevole capacità anticiclica coinvolgendo altri settori attivi nella produzione della ricchezza del paese.

Nonostante il loro lavoro frutti una fetta consistente del PIL, i “creativi” italiani non trovano neanche un motivo per festeggiare. Il lavoro, quando è garantito, non è sicuramente ben pagato – sempre ammesso si venga pagati. Il self-employement rimane un’illusione, in un sistema come il nostro dove una volta usciti dai regimi minimi – le partite IVA a tasso agevolato valide per 5 anni – è praticamente impossibile affrontare il passaggio alla partita IVA semplice, tassata del 50-60%. Tra il 2008 e il 2013 ne sono state chiuse più di 400mila.

Il governo Renzi, nonostante il tanto annunciato Jobs Act, sembra aver deluso al momento le speranze di precari giovani e meno-giovani: niente contratto unico né salario minimo o sostegno ai disoccupati. La politica resta muta ma l’”orgoglio freelance” si muove sul web e i “creativi”, da tempo, usano la rete per lanciare le proprie campagne. Il Collettivo Zero ha lanciato qualche mese fa la campagna #coglioneNo. Nella sensibilizzazione, sulla situazione dei “lavoratori intellettuali”, in prima fila anche la blogger Daniela Montieri che ha dato vita al gruppo “Un posto al Copy” su Facebook. Non ultimo passo della “rivoluzione creativa”, la petizione di Alfredo Accatino, disponibile su Change.org, “per il riconoscimento della valenza strategica della creatività e della ricerca tecnologica”.

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