Quando la cronaca vale una vita

Intervista a Diego Enrique Osorno, giornalista messicano autore di “Z: la guerra dei narcos”

di Domenico Spampinato

F349FilVaquero06500Zeta come i codici radiofonici utilizzati dai militari nello stato messicano di Tamaulipas. Zeta come l’ultima lettera dell’alfabeto. Zeta “perché dopo la z non c’è niente”. Zeta come il più cruento tra i cartelli della criminalità organizzata messicana. Quel gruppo armato che, appunto, dietro la sua scia non lascia nulla.

Nel 2007 il governo messicano ha deciso di opporre la linea dura, contro la violenta deriva della criminalità organizzata – ne abbiamo parlato ampiamente, su questa testata. Da allora il Messico si trova coinvolto in una feroce guerra che, lungi dall’ottenere risultati positivi, ha prodotto circa centomila morti.

Diego Enrique Osorno ha raccontato questa guerra nel suo ultimo libro “Z: la guerra dei  narcos”, pubblicato in Italia dalla casa editrice “La nuova frontiera”. Qualche giorno fa lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione della sua presentazione presso la fiera della piccola e media editoria “Più libri, più liberi”.

Diego, quali vicende ha scelto di raccontare nel suo ultimo libro “Z: la guerra dei  narcos”?
Questo libro narra le vicende di un paese molto lontano dal vostro, cui tuttavia è accomunato per la presenza della criminalità organizzata. Vi è però una differenza sostanziale: dalle nostre parti la mafia è riuscita a trascinarci in una spaventosa guerra, capace di produrre più di centomila morti – cui andrebbero aggiunti migliaia di desaparecidos, esseri umani probabilmente sepolti in fosse comuni o sciolti nell’acido. La mafia oggi è parecchio diversa da quel ritratto per certi aspetti poetico che Mario Puzo faceva del suo “Padrino”. Oggi ci troviamo di fronte a imprenditori pragmatici e feroci che non si fanno scrupoli, sprovvisti come sono di ogni parvenza poetica poiché interamente soggiogati alle logiche del mercato – che non esiterei a definire come “Economia della morte”. Il mio libro narra questa trasformazione: è un racconto delle trame mafiose in questa parte di mondo ultracapitalista dove la criminalità lavora con una parte dello Stato – quando c’è di mezzo il denaro,  questo non fatica a collocarsi al centro di tutte le attività politiche e sociali.

Quindi potremmo definirlo come una sorta di viaggio attraverso queste logiche criminose…
Esattamente. Ho deciso di strutturare il mio libro quasi fosse un viaggio “libero”. Quando si sceglie di viaggiare liberamente, senza nessun tipo di condizionamento, è possibile trovarsi di fronte a delle sorprese – belle o brutte che siano. Devi sapere che da qualche parte, in Messico, proprio mentre noi siamo qui a parlare, un giovane messicano entra a far parte di un’organizzazione criminale. Questo giovane conosce il suo destino, sa che fra quattro o cinque anni potrebbe essere morto – o nel migliore dei casi condannato a un ergastolo. Il contesto della criminalità organizzata messicana è troppo complesso per poterlo raccontare secondo gli schemi del giornalismo tradizionale – semplicemente perché sarebbe assurdo schematizzarlo, effettuando riduzioni di comodo. Ecco perché ho scelto questa struttura letteraria, mi sembrava la forma più onesta per raccontare questa realtà dove la persona più buona può diventare la persona più cattiva – e viceversa. E’ una sorta di viaggio dentro uno dei buchi neri della nostra civiltà, attraverso il quale potrebbe essere possibile comprendere uno dei segreti più reconditi dell’umanità: penso che gli Zetas, come la camorra italiana, rappresentino la mafia moderna. Questa modernità non è un tema esclusivamente messicano: è possibile che episodi simili a quelli che descrivo nel mio libro stiano accadendo altrove. E magari, chissà, proprio dalle vostre parti. Forse per questo potrebbe risultare interessante leggerlo.

Come accennavamo, la guerra contro la criminalità organizzata intrapresa dall’ex presidente Felipe Calderón ha prodotto più di centomila vittime. Proprio in virtù di questo drammatico bilancio, Calderón è stato denunciato presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità. Che ne pensa di tale denuncia? Ritiene che Calderón sia responsabile?
Calderón vinse le elezioni nel 2006 con un margine bassissimo, lo 0,56%. Il suo avversario principale non riconobbe la sconfitta e in un certo senso Calderón si sentì delegittimato. Fu in tale contesto che decise di utilizzare la forza per arginare il problema del narcotraffico: sentiva l’obbligo di dover dare un segnale forte, all’opinione pubblica e alla popolazione messicana. Pochissimi giorni dopo il suo giuramento, decise di schierare l’esercito e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: il numero delle vittime è aumentato esponenzialmente dal 2006 ad oggi – raggiungendo vette vertiginose nel 2010 e nel 2011. Può anche darsi che abbia preso questa decisione in buona fede; ma personalmente si, lo ritengo responsabile e credo che la denuncia per crimini contro l’umanità sia fondata: l’esercito non era assolutamente preparato per affrontare una guerra di tale entità, cosa pensi che accadrebbe se il governo italiano mandasse l’esercito a Napoli per combattere la Camorra? Oltretutto la criminalità ne è uscita rafforzata: le mattanze dei narcos sono la migliore forma di pubblicità che i cartelli possano farsi, segno tangibile che al di là dello Stato esista un potere più forte. In definitiva, credo che schierare l’esercito non sia stata la soluzione giusta.

Cosa avrebbe dovuto fare, secondo lei? Quale strategia dovrebbe intraprendere, un governo, per opporsi alla criminalità organizzata?
Io credo che innanzitutto debba formare dei corpi di polizia speciali, che vigilino seriamente sul territorio. Purtroppo in Messico la corruzione è un fenomeno molto diffuso e parecchi individui, tra le forze armate, sono al servizio dei clan: coprono i loro boss, contribuiscono a depistare le indagini… Non è un caso che il nucleo originario degli Zetas sia costituito da ex militari. Ecco, io credo che un governo degno di tale nome dovrebbe essere più attento all’operato dei suoi sottoposti. Inoltre, elemento non secondario, ritengo che il governo dovrebbe combattere la criminalità sotto il profilo economico: sequestrarne beni, terreni, arsenali nucleari e attività commerciali che fungono da copertura per riciclare denaro. Voi italiani mi insegnate che mafia può voler dire molte cose, ma è soprattutto business: intaccandone il potere economico, e sue possibilità verrebbero enormemente limitate.

Tirando le somme dei rapporti annuali di Reporter senza frontiere, negli ultimi 12 anni in Messico sono stati assassinati 110 giornalisti. Parecchio difficile, in Messico, svolgere il suo mestiere…
Ti racconto una storia. Nell’agosto del 2010, a Tamaulipas, sono stati uccisi 72 migranti – ritrovati in una fossa comune. Parecchi giornali hanno scelto di non raccontare questa notizia, mentre la mia testata la riportava soltanto a pagina 8. Le prime pagine, allora, si occuparono di ecologia: improvvisamente, in Messico, sembravamo aver scoperto una forte vena ecologista. Va da sé che a Tamaulipas, come nel Nuevo León, è impossibile fare giornalismo… Il mio primo pezzo sulla mafia, l’ho scritto quando avevo 20 anni. Ero nuovo, nell’ambiente; dunque venni aiutato da un giornalista più esperiente di me e da un giudice – che non esiterei a definire onesto. Quel giornalista è stato assassinato dopo 4 mesi, il giudice è morto  4 anni dopo in un incidente aereo le cui circostanze sono poco chiare. Presi coscienze del fatto che prima o poi anche a me potrebbe capitare in sorte un destino comune… pensai, tra me: o scrivi di queste cose, o scrivi di ecologia. Bene, ho scelto di raccontare quello che sta succedendo nel mio Paese.

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