The Parade – La sfilata

In Serbia nel 2010 il primo Gay Pride senza morti. La battaglia per il riconoscimento dei diritti umani al centro del vincitore di Berlino 2012 nella sezione Panorama, The Parade di Srdjan Dragojevic

di Francesca Britti

fonte immagine:lettera43.it

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C’è una Serbia che vi costringe ad essere quello che non siete, a svolgere 6 ruoli diversi. È meglio persino questo pestaggio dell’umiliazione che siamo costretti a vivere ogni momento della nostra vita“. Mirko, regista teatrale gay, o checca come viene chiamato dagli omofobi serbi, sprona i suoi amici a non lasciare la piazza dove si sta per svolgere il primo Gay Pride a Belgrado.

Vincitore del Festival di Berlino 2012 nella sezione Panorama The parade – La sfilata è un film che ben si innesta nell’attualità socio-culturale europea, in termini di diritti umani, spaccata in più fazioni. Dalla Francia che ha varato una legge che riconosce i matrimoni gay, alla Serbia, sfondo della storia del film, dove il primo Gay Pride senza morti si è avuto solo tre anni fa. Passando per il nostro paese che rimane alla finestra, come sempre, a guardare i cambiamenti che avvengono nel resto d’Europa.

Una coppia, Mirko e Radmilo organizza il primo Gay Pride di Belgrado scatenando polemiche e raid punitivi neonazisti. Mirko organizza matrimoni per vivere e tra i suoi clienti arriva una donna appariscente, esigente e con tratti caratteriali molto mascolini, futura moglie di un ex combattente serbo, Limun, che ora gestisce una palestra. Un gangster come tutta la sua banda, che, alla richiesta di aiuto da parte dello stesso di scortare il popolo gay, si rifiuta rivelando tutto il proprio spirito omofobo.

Il “prototipo gargantuesco di maschio alfa ambulante“, così come la coppia gay lo definisce, è il tipico personaggio manzoniano che si trasforma durante la narrazione. E non è l’unico. Lo stesso Radmilo sviluppa il suo carattere grazie all’amore profondo del suo compagno. Ed ecco, quindi, la parola chiave del film: l’amore. Non importa se sia etero oppure omosessuale, è comunque amore. Con buona pace degli omofobi, cattolici, neofascisti, neonazisti che siano. È questa la chiave della felicità. Il rude Limun è disposto a fare qualsiasi cosa per la futura moglie, Biserka, tanto quanto Mirko per Radmilo.

La difesa di un amore, visto con pregiudizio e moralismo dal mondo circostante, che vede trionfare in entrambi i casi, seppur con un finale diverso. Un finale che forse non ti aspetti. Quando il film si avvia alla conclusione immagini Limun e Biserka sposi e dietro di loro Radmilo e Mirko, che, tenendosi per mano, sorridono sognando lo stesso futuro. Ed invece quel sogno viene infranto da una banda di neonazisti, di cui fa parte anche il figlio di Limun. L’happy ending non c’è. C’è, invece, un funerale. Ed è quello di Mirko che durante lo scontro con i teppisti viene scaraventato con violenza giù per le scale. L’ultimo sorriso a Radmilo e muore. L’anno dopo si ritrovano tutti a sfilare al Gay Pride soprattutto in ricordo di Mirko.

Sembra quasi, come la cronaca ci insegna, che un cambiamento deve passare attraverso un morto. Un giovane ragazzo la cui unica “ambizione” era quella di passeggiare con orgoglio per le strade della sua città e che, invece, non lo riconosceva come cittadino comune, normale come gli altri.

Un concetto di normalità che tuttora esiste e persiste, in realtà, nonostante il sangue di innocenti e le leggi varate affinchè tutti vengano riconosciuti come uguali. Nonostante l’ironia, a tratti tagliente, del film il cui merito va dato sicuramente al regista Srdjan Dragojevic e al suo coraggio di aver affrontato un tema che in Serbia si può definire ancora scottante, rimane un interrogativo: Quando arriverà il momento in cui l’Europa sarà davvero unita in tema di diritti umani?

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