La porta d’Oriente si apre all’Europa

Dal 1999 Ankara tenta di prendere un posto in prima fila nelle arene dei vertici europei, ma Bruxelles, dal canto suo, sfugge alle richieste. Eppure l’aria nell’eurozona sta cambiando, stavolta proiettata ad Oriente

di Martina Martelloni

bandiera-turchia-uePaese musulmano, moderno, produttivo e commercialmente proficuo. La Turchia è tutto questo e molto di più, l’Europa ne prende atto riaprendo con fiducia il registro delle firme associative.

La Storia insegna e racconta fatti ed accadimenti dal valore profetico, se ben narrati ed ascoltati, e la Turchia di questo ne è consapevole. Dopo essersi vista oltrepassare negli anni ’80 da Grecia, Spagna, Portogallo per l’effettiva apertura dei sigilli europei nella integrazione a stelle, nel secolo odierno anche Romania, Bulgaria e a breve tempo la Croazia saluteranno la terra ottomana con fare continentale.

Interrogativi, dubbi e perplessità hanno da sempre marcato la strada dell’integrazione per la Turchia. Profonde titubanze che rivelano verità storiche ed ideologiche difficilmente cancellabili. Gli armeni sanno di cosa si tratta, e con loro gran parte della Storia europea e mondiale che narra di genocidio compiuto anni or sono da un rigido sistema autoritario turco contro questa minoranza etnica. I libri di Ankara faticano a raccontare con chiara verità quegli incubi umani avvenuti nel XX secolo.

E poi, il suo essere musulmano che di certo in passato relegava le potenze fintamente laiche ad una posizione rigida e che oggi sembrano piuttosto riaccendere quella fiaccola turca come prossima luce da unire al Vecchio Continente. La Germania, negazionista da tempi immemori, sembra aver voltato pagina riconsiderando con positività l’entrata della Turchia nell’Ue. Il ministro degli esteri Guido Westerwelle ha speso giorni fa parole ammirevoli nei confronti dell’avanguardista Ankara, che negli ultimi 20 anni ha guidato il Paese verso un divenire economico, fiorito e fruttifero.

Non solo soldi, ma anche diritti e ampia visione occidentale che renderebbe gli ottomani un popolo esempio, sia per i Paesi di fede musulmana che per le culture capitaliste soddisfatte degli enormi successi turchi in diversi settori.

Ad accompagnare sotto braccio la Turchia ed il suo presidente Erdogan, la realtà ci mostra una presenza imponente, quella degli Stati Uniti d’America. Nell’ultimo incontro turco-americano è emerso in tutta la sua purezza quel legame finalizzato ad un approccio primariamente commerciale tra i due Paesi che, numeri alla mano, hanno aumentano i loro scambi del 75%. Condimento perfetto è poi la comune visione sulla crisi siriana. Erdogan è vicino ai gruppi ribelli nella terra di Damasco, più volte ha platealmente urlato contro il regime disumano di Assad. Ed ora lo stesso pare venir gridato anche dalla Casa Bianca di Obama.

Anello doppio dunque, quello della Turchia. Che da un lato è simbolo di moderato islamismo capace di interloquire con tutti i fronti internazionali, e dunque tanta  stima e chapeau da parte di quell’ Africa sub-sahariana, in fibrillazione da due anni, e Medio oriente. Dall’altro fa gola ad un ‘Europa in crisi economica oramai dilagante che cerca porti e sbocchi d’aria ovunque, anche in una Turchia così fortemente proiettata al futuro integrativo. La lunga attesa turca potrebbe arrestarsi nel breve periodo.

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