Liberiamo il patrimonio con le Invasioni Digitali

Democratizzazione, (ri)costruzione e condivisione della cultura: queste le basi di Invasioni Digitali, un progetto innovativo, tra musei e piattaforme social: dal 20 al 28 aprile 2013 in tutta Italia

di Alessia Signorelli (@signorellialexa)

Preparatevi, perché anche la contemporaneità reclama le sue invasioni che non sono più barbariche, ma si allineano con la diffusione capillare della tecnologia e dei social media e diventano, quindi, “digitali”.

fonte immagine:blog.indigenidigitali.com

(fonte immagine: blog.indigenidigitali.com)

Dal 20 al 28 aprile 2013, avranno luogo, in tutto il territorio italiano, le Invasioni Digitali, un progetto nato da un’idea di Fabrizio Todisco, in collaborazione con la rete di travel blogger italiani #iofaccioarte, Officina Turistica, Instagramers e l’Associazione Nazionale Piccoli Musei, che presenta l’incontro, la fusione e la contaminazione tra più parole chiave: cultura, condivisione, democrazia e social network.

Come si legge sul sito, il progetto si rivolge a tutti, non solo a bloggers, instagramers, professionisti della cultura, ma anche a quello che continuiamo ostinatamente a chiamare “pubblico”, sebbene Jim Richardson, fondatore dell’agenzia creativa Sumo con sede a Newcastle, abbia dichiarato in un articolo che “Il pubblico è morto, parliamo invece di partecipanti”.

L’idea di fondo è molto “semplice”, eppure potrebbe rivelarsi vincente. Siamo nell’era della condivisione, della democratizzazione totale (o dei tentativi di democratizzazione totale), l’Italia è, per eredità ed antonomasia, uno dei Paesi più ricchi di patrimonio culturale (6000 tra musei e siti di importanza storico artistica), eppure siamo ancora “schiavi” di un sistema di fruizione e di educazione museale obsoleti e “calati dall’alto”, dove la distanza tra erogatore di conoscenza e “ricettori” è molto ampia, in un gap comunicativo non indifferente che ha generato un progressivo ed inesorabile allontanamento del “pubblico” da luoghi come, ad esempio, i musei.

Ed è qui, in questo nodo durissimo da sciogliere, che si inserisce l’idea di Invasioni Digitali: siamo tutti (se non tutti, una percentuale altissima) sui social network, su Facebook e Twitter per esempio, e quindi, perché non utilizzarli per creare una rete nella rete di cultura? Per una settimana, l’Italia si trasformerà in un museo aperto, gestito e curato da chiunque voglia organizzare una di queste invasioni (ad esempio, ad una certa ora, di un certo giorno, in un certo museo di una certa località) o parteciparvi. E allora via, di foto e di tweet, condivisi con hashtag e tag, dove tutti avranno non solo la possibilità di documentare a raccontare la loro esperienza, ma diventeranno dei curatori virtuali, senza alcun confine geografico o architettonico.

fonte immagine:museumsnewspaper.blogspot.com

(fonte immagine: museumsnewspaper.blogspot.com)

Basterà l’hashtag #invasionidigitali su Twitter, per dirne una,  e si potrà conoscere il patrimonio artistico, storico e culturale del Paese, senza dover sottostare alle regole draconiane dei musei di casa nostra (niente foto, niente zaini, religioso silenzio), filtrato dallo sguardo di “quelli come noi”. Inoltre, ai partecipanti, viene chiesto di realizzare un video breve, 3 minuti al massimo, che, oltre ad essere caricato nel canale YouTube ufficiale, diverrà materiale da inserire in un video promozionale per il patrimonio culturale.

Di base, quindi, Invasioni Digitali si propone di spezzare questo circolo niente affatto virtuoso nel quale si trova impantanata la gestione della cultura in Italia, ingabbiata in tutta una serie di convinzioni e pregiudizi che molto spesso marchiano i social networks come “fatui”e dal rinforzo (va detto, spesso involontario perché ovvia e sfortunata derivazione dell’atteggiamento di cui sopra) della differenza, alla fin fine fondata su criteri rinegoziabili e discutibili, tra professionisti e semplici visitatori. Invasioni Digitali vuole ribadire che l’utilizzo di internet come canale di diffusione artistica e culturale, può essere fruttuoso, creativo ed andare a spezzare pratiche oramai inutili e, certamente, dannose.

La cultura, almeno nel nostro Paese, dovrebbe parafrasare Majakovskij, quando chiedeva al Partito di “non chiudersi nelle sue stanze”, ma di uscire fuori da se stesso e raggiungere chi è nelle strade.

Ma affinché lo sforzo (titanico, va detto) e l’entusiasmo (pantagruelico) che muovono Invasioni Digitali e i tantissimi partecipanti/organizzatori non si perdano e l’evento non diventi un generico appuntamento annuale fine a sè stesso, come succede, purtroppo, per altri eventi dedicati all’arte e alle cultura, ma si concretizzi in azioni e fatti volti al cambiamento della museologia e della curetala, c’è bisogno di un incontro con i vertici, con gli stakeholders e le istituzioni preposte.

L’ideale sarebbe dare un seguito ad un’azione tanto potente e tanto sentita, con una tavola rotonda, un dibattito, dove discutere non solo i risultati di queste invasioni, il riscontro di partecipazione etc, ma anche dove decidere, insieme a “chi di dovere”, azioni nuove di partecipazione, sia tramite l’implementazione dei social media nel sistema culturale nazionale stesso, sia attraverso l’ideazione di percorsi rivolti ai “partecipanti”, affinché sia data loro la possibilità di liberarsi dal noioso e passivo fardello di “visitatori” e di diventare essi stessi creatori e diffusori di cultura.

Sembrerebbe un’impresa difficilissima, ma forse, basta un po’ di buona volontà e un briciolo di incoscienza in più. Invasioni Digitali, intanto, è un primo passo verso un tentativo di rinnovamento anche della visione stessa del concetto di patrimonio culturale e del suo godimento; ora tocca alle istituzioni preposte.  Parola d’ordine? Avanti!

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Una risposta

  1. 20 Maggio 2013

    […] Quello che sappiamo è che, in Italia, contrariamente agli Stati Uniti, vige ancora una stretta “policy” di divieti sulle foto alle opere nei musei sebbene si stiano creando delle sacche di “rivolta”, come già accennato più sopra che, proprio in virtù del fatto che stiamo diventando una società “condivisa”, dove ogni esperienza è praticamente riportata nei network come Facebook o Twitter, tra l’altro usati anche dal 97% delle 1.200 organizzazioni d’arte americane (fonte Artnews) e da un grandissimo numero di altrettante istituzioni d’arte sparse per il resto del mondo, sottolineano quanto non abbiano più senso questo genere di restrizioni, che, comunque, vengono infrante su base quotidiana (un esempio di questa volontà di cambiamento è ravvisabile nell’iniziativa Invasioni Digitali, della quale avevamo parlato alla fine di aprile). […]

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