L’arte dell’altra metà del mondo

Al Guggenheim di New York, “No Country: Contemporary Art for South and Southeast Asia”

di Alessia Signorelli (@signorellialexa)

fonte immagine: nytimes.com

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“That is no country for old men” , inizia così la poesia “Sailing to Byzantium”, del grande William Butler Yeats, del 1928. Da queste stesse parole, lo scrittore Americano Cormac McCarthy trarrà il titolo, nel 2005, per il romanzo “Non è un paese per vecchi”, portato poi sul grande schermo dai fratelli Cohen nel 2007.

In questo caso, però, il “no country” che dà il titolo a questa mostra, inaugurata il 22 febbraio al Guggenheim di New York e che sarà visitabile fino al 23 maggio, ha un’altra valenza. E questa, non è la “solita mostra”.

Nata dall’accurata ricerca  di June Yap, curatrice del progettp Guggenheim UBS MAP, un’iniziativa  che, attraverso un ricchissimo hub online, si prefigge di facilitare la multidisciplinarietà e la partecipazione trans-culturale, presentando 3 diverse macro-aree geografiche (Sud e Sud Est dell’Asia, l’America Latina e il Medio Oriente insieme con il Nord Africa) dal punto di vista di artisti, curatori e studiosi della storia,della società e della produzione artistica di quelle determinate aree, “No Country: Contemporary Art for South and Southeast Asia”, inaugura questo progetto e si prefigge l’obiettivo di illustrare diversi argomenti di natura culturale e storica utilizzando la pittura, la scultura, la fotografia, la performance art e i video.

“No country” significa, essenzialmente, in questo caso, che la cultura va oltre i confini geografici, che subisce “contaminazioni”, che non è più possibile, soprattutto nell’epoca della globalizzazione in cui ci troviamo da tempo, dare per scontate certe nozioni storiche, culturali e addirittura antropologiche. Tutto questo si riflette sulla creatività di questi artisti, che si fanno “aedi” della zona geografica nella quale sono nati, rappresentando come tutto si “sfilacci” e si rielabori e si vada a rinegoziare quasi continuamente.

Colonialismo e post-colonialismo, interpretazioni personali della storia, l’idea stessa di nazione e religione, di identità come, ad esempio, nel dipinto ad olio “What do we want” (1993-94) dell’artista vietnamita Truong Tan, che con il simbolismo crudo, duro, disperato di un “cristo” livido senza labbra, crocifisso e legato con una vera corda,  racconta cosa vuol dire essere omosessuali in una società fortemente omofobica, o la commistione di El Greco, Constable e tecniche pittoriche cinesi nel video “The Cloud of Unknowing,” dell’artista Ho Tzu Nyen, da Singapore.

Questo tipo di mostra mette sul piatto molti intenti e molte questioni, alcune delle quali abbastanza controverse. E’ da sottolineare come, il cambio di focus da un’arte prettamente incentrata sugli sforzi creativi ed accademici dell’Occidente, dimostri la ferma volontà non solo di aprire il mercato a quella metà del mondo che, oltre ad emergere economicamente, lo sta facendo anche in ambito creativo e con dei risultati estremamente interessanti, ma anche di ripensare il legame tra l’arte, l’ epoca post-moderna, la globalizzazione e la narrazione, dal punto di vista di chi ha “subito” colonialismi e guerre.

Insieme all’arte, ci saranno incontri e dibattiti su quella vasta regione del mondo che è il Sud e il Sud-Est Asiatico, avvalendosi del contributo di molti studiosi, critici e storici, tutti provenienti da questa parte di mondo, per avere un quadro completo, che supporti la riflessione di “noi che siamo al di qua”, sull’arte contemporanea di un universo che, per troppo tempo, è stato preso in considerazione per le ragioni sbagliate –alcune delle quali stantìa eredità di un pensiero “dominatore” ed ego riferito.

Una volta terminata la sua permanenza a New York, la mostra, in un intento disseminativo, si sposterà poi in un luogo designato, proprio nella zona geografica presa in analisi, e in un’altra area geografica, da qualche parte nel mondo.

Le opere presenti nella mostra, insieme ad altre opere già acquisite e parte del Guggenheim UBS MAP, diventeranno parte della collezione permanente dell’istituzione stessa, andando a creare in questo modo una prima, importante compagine di arte “non occidentale” proprio nel cuore di quello che è simbolo dell’Occidente per eccellenza, la Grande Mela.

 

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