Basket: l’NBA nell’era degli scambi ‘cheap’

Scaduto senza emozioni il termine ultimo per fare movimenti fra squadre

di Stefano Brienza
Twitter: @BrienzaStefano

Novità nella NBA: i Golden State Warriors in campo non più con la classica canotta ma con (fonte immagine: sinbapointforward.wordpress.com)

Novità nella NBA: i Golden State Warriors in campo non più con la classica canotta ma con una vera e propria maglietta a mezze maniche (fonte immagine: sinbapointforward.wordpress.com)

Senza colpi, senza movimenti degni di nota, è passata la trade deadline della NBA, chiusasi lo scorso 21 febbraio. Come da tradizione, franchigie rimaste sopite per mesi si affrettano per tappare le falle dei roster nell’ultimo giorno disponibile per effettuare scambi di mercato. Quest’anno, però, niente botti.

In passato la deadline ha regalato sconvolgimenti di equilibri e tante sorprese, alcune delle quali fortemente incisive per i destini della Lega, soprattutto nel momento in cui una superstar cambia indirizzo. Negli ultimi anni sono stati Deron Williams e ‘Melo’ Anthony a volare verso New York, mentre nel 2008 Pau Gasol approdò ai Lakers per poi vincere due titoli da protagonista di fianco a Kobe Bryant.

Sorte simile per Clyde The Glide Drexler, che nel ’95 raggiunse Olajuwon a Houston e lo aiutò a portarsi a casa il secondo dei suoi due anelli. Lo scambio più sottovalutato rispetto a cosa poi produsse, invece, fu sicuramente quello che agevolò l’ultimo titolo dei Pistons nel 2004, quando arrivò un Rasheed bistrattato da tutta la NBA, e poi componente della coppia di Wallace’s che l’ha terrorizzata per le stagioni successive.

Nulla di tutto ciò. Nel basket professionistico dei tempi della crisi gli scambi sono spesso condotti in base a logiche di risparmio, per mantenere basso il tetto salariale e non sforare nel territorio della luxury tax, una concessione che ormai pochissimi proprietari si possono permettere. Ad oggi la luxury impone di pagare tasse corrispondenti al costo di tutti i contratti che superino la soglia di 70 milioni di dollari, ma dalla prossima stagione i costi diventeranno progressivi, aumentando il rigore del sistema.

Accade dunque che vari scambi minori, apparentemente immotivati tecnicamente, vengano costruiti pensando all’economia: per esempio, giocatori potenzialmente utili sono ceduti in cambio di scelte future di basso valore. Non è certo una novità, ma questa deadline di austerity è particolarmente simbolica, se è vero che il contratto maggiore fra quelli circolati appartiene al fromboliere JJ Redick, 6 milioni in scadenza a giugno. Qualche settimana fa un libro paga scomodo come quello di Rudy Gay è approdato a Toronto, squadra con un salary cap abbastanza capiente, mentre Memphis ha deciso di perdere della tecnica per acquisire della flessibilità finanziaria.

La trade più interessante è quella che porta la quinta scelta assoluta di quest’anno, Robinson, da Sacramento a Houston. I Rockets sono fra le squadre che meglio si stanno muovendo negli ultimi mesi, e l’anno prossimo hanno spazio ed elementi scambiabili per costruire uno squadrone intorno ad Harden (salutato dai Thunder “obbligatoriamente” proprio per proiezioni salariali future). Sempre peggio invece i Kings, che non si sono ancora trasferiti e continuano ad essere gestiti malamente, stavolta dando via dopo pochi mesi un prospetto sul quale si sarebbe dovuto puntare a lungo termine.

Boston ha acquisito il giovane Crawford per aiutare un reparto guardie povero di Rondo e Barbosa fino alla prossima stagione, e oltre allo scambio di Redick (da Orlando a Milwaukee in un 3×3 che comprende Udrih e qualche giovane), la situazione tecnica della Lega è rimasta invariata. Ad un mese e mezzo dalla fine della regular season, si fa sempre più forte la sensazione che l’impero costruito da Pat Riley a Miami sia imbattibile, o quasi. Forse, l’unica forza capace di attaccarlo sono le nuove divise dei Warriors, con maniche lunghe e pantaloncini del pigiama: di fronte ad obbrobri del genere, persino Lebron potrebbe sbagliare qualche tiro.

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