Dalì, il genio totale

Dopo trentatré anni, Salvador Dalì torna al Centre Pompidou, in una retrospettiva senza ipocrisie

di Alessia Signorelli

Il lascito di un personaggio come Salvador Dalì, il “vate del surrealismo”, lo sappiamo, non è di natura semplicemente artistica. Se così fosse, se ci trovassimo davanti ad un artista la cui parabola si svolge e risolve semplicemente nell’opera, i problemi sarebbero di tutt’altra natura, ma rimarrebbero in un territorio più sicuro, dove il massimo della diatriba si combatterebbe sul terreno delle attribuzioni, del cosa c’è “sotto al quadro”, della datazione.

Con Salvador Dalì, invece, siamo in piene sabbie mobili. Destabilizzante per indole e per scelta scientifica e maniacale, dotato di un sensibilità tale da fargli cogliere le potenzialità dei mezzi di comunicazione emergenti ed in grado di leggere e far vibrare le corde dell’opinione pubblica, attraverso dichiarazioni scandalose e provocazioni mirate, Salvador Dalì non si esaurisce nelle sue opere, ma da esse si fa macchiare e le macchia , andando a creare un vortice dal quale  è impossibile separare il “questo” dal “quello”.

A trentatré anni di distanza dalla mostra del 1979-80, Dalì torna al Centre Pompidou di Parigi, in quella che può essere definita una retrospettiva “massiccia”, dall’impatto fatale, nella quale si condensano, attraverso più di duecento opere, sculture, disegni, film, estratti da trasmissioni televisive, fotografie e chi più ne ha più ne metta, la leggenda, il pensiero, l’eccesso di Salvador Dalì.

Anticipatore di quella che poi negli anni a venire diventerà la “mania artistica del momento”, e cioè l’happening, circondato da una “corte dei miracoli” di modelle – muse (Amanda Lear tra tutte), sempre pronto a lasciarsi andare in esternazioni al vetriolo non solo sugli altri suoi “colleghi” artisti, ma anche nei confronti di tutti coloro i quali venivano, a torto o a ragione, definiti geni, Dalì è stato, ed è ancora, un personaggio scomodo.

(fonte immagine: thesqueeze.net)

Per molto tempo, proprio perché, quando si parla di mostri sacri, si ha sempre la tendenza caparbia a volerli “ripulire” dalla loro umanità ed eccentricità (elementi, questi che, in realtà, rendono l’artista ancora più affascinante, specie quando la sua personalità è debordante), conferendo loro quest’aurea di sacralità rigida e posticcia, si è sempre glissato sulla natura quasi clownesca, teatrale all’eccesso di Dalì, negandogli, di fatto una completezza travolgente e dimezzandone il fascino.

Scopo di questa retrospettiva, divisa in 7 sezioni crono tematiche, è restituire a Dalì uomo-personaggio-satiro-artista tutta la sua interezza, senza tralasciare alcun aspetto della sua leggenda, rifiutando la tracotante responsabilità di volergli negare il vero guizzo del genio che era.

 I prestiti sono importanti, con la presenza, tra i molti, dell’opera  forse più famosa di tutte, “La Persistenza della memoria” (1931), i famigerati “orologi molli”, donata alla mostra dal MoMA di New York, intreccio di sogno, metafisica surrealista e reminiscenze freudiane.

Vengono riconosciute e restituite a Dalì tutte le sue ossessioni, le sue posizioni politiche in bilico, le sue fascinazioni sessuali, le sue visioni elaborate attraverso l’immersione, la disamina ed il gioco con il proprio ego, con i propri abissi, con i propri sogni, anche quelli meno edificanti, dove la sintesi borghese si scontra con la sua antitesi, in essa contenuta, per andare a partorire la tesi di un pensiero artistico felicemente psicotico.

Dalì, malgrado i tentativi fatti in passato, non è mai stato un uomo “rinascimentale”, quanto, piuttosto, la personificazione di un buco della serratura dal quale osservare tutto quanto c’è di inconscio, umano ed oltre-umano e reso assolutamente nobile e sublime dall’innocente ed onesta presa di coscienza del proprio “voyeurismo”, del proprio animo istrionico e dissacrante.

Ripulito, finalmente, dall’eccesso di “seriosità” e da un certo pudore riguardante le sue posizioni su guerra e politica, ecco che ci viene restituito l’artista catalano che non ha segnato solo il suo tempo, ma che continua a segnare anche il nostro e sicuramente segnerà quello a venire, in quest’impresa coraggiosa curata da Jean – Hubert Martin. Finalmente.

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