“Only the Strong Survive”, l’anima soul di Bruce Springsteen

Il Boss sveste i panni da rockstar per mettere quelli di Soul man.

Only the Strong Survive, l’ultimo lavoro di Bruce Springsteen, prende il nome da una canzone di Jerry Butler del 1968: parla di un uomo che ricorda quando, da giovane, la ragazza di cui era innamorato non lo degnava di uno sguardo, la madre quindi per consolarlo gli diceva “Solo i forti sopravvivono”.

Con la cover di Butler il Boss apre il disco: 15 interpretazioni di super classici soul ripescati dal polveroso, ma sempre scoppiettante, catalogo della Motown e Stax. Le due etichette americane, rispettivamente di Detroit e Memphis, hanno mosso i primi passi negli anni Cinquanta e hanno fatto un pezzo di storia della musica afro americana incidendo canzoni (alcune diventate vere e proprie hit) di artisti del calibro di Marvin Gaye, The Miracles, Eddie Holland ma anche Otis Redding, Wilson Pickett, William Bell.

Quando gli è stato chiesto cosa avesse ispirato questo nuovo album, Springsteen ha detto: Volevo fare un album in cui potessi semplicemente cantare. E quale musica migliore per lavorare se non il grande canzoniere americano degli anni Sessanta e Settanta? Mi sono ispirato a Levi Stubbs, David Ruffin, Jimmy Ruffin, Jerry Butler The Iceman, Diana Ross, Dobie Gray e Scott Walter, tra i tanti. Ho provato a rendere giustizia a loro e agli straordinari autori di questa splendida musica. Voglio che il pubblico moderno possa sentirne la bellezza e la gioia, proprio come l’ho sentita io la prima volta che l’ho ascoltata. Spero che amiate ascoltarla quanto io ho amato realizzarla”.

Anche se non tutte le canzoni sono successi degli anni Sessanta e Settanta – basti pensare ad esempio a Soul Days, la seconda traccia del disco cantata con Sam Moore, pubblicata solo ad inizio millennio da Dobie Gray che qui diventa un elegante mid-tempo arricchito dai fiati; oppure a Nightshift, uno dei più importanti singoli dei Commodores e forse uno dei brani soul più rilevanti degli anni Ottanta anche perché è di fatto una dedica a Marvin Gaye e Jackie Wilson, morti nel 1984 – il sapore vintage che ci riporta ai fasti e alle grandi canzoni soul del passato è presente in tutte le tracce del disco.

In questo disco di cover troviamo anche canzoni dimenticate come The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore (interpretata prima da Frankie Valli nel 1965 e poi dai Walker Brothers nel ’66) che il Boss canta cercando di imitare “il più grande cantante del mondo” come lo definì Elvis ovvero Roy Orbison. Il pallino di Springsteen per Orbison è antico quanto la sua passione per la musica soul: pensate che quando era alla prese con la registrazione di Born To Run dichiarò che voleva un album “con testi come quelli di Dylan, che suonasse come se fosse prodotto da Phil Spector ma, soprattutto, che la sua voce suonasse come quella di Roy Orbison”.

Non c’è spazio in questa sede per fare un track by track anche perché per ogni canzone ci sono aneddoti infiniti e sono tutte stupende. Quindi salto subito alla mia preferita Don’t Play That Song: decima traccia, pare che il Boss l’abbia messa lì per creare un vero e proprio effetto sorpresa, una cover di Ben E. King del 1962 (ma come non ricordare la versione di Aretha Franklin del 1970?!) che sparpaglia le carte e con un arrangiamento dal sapore quasi gospel, da arena, e con il cantato migliore di tutto il disco.

Negli ultimi anni Bruce Springsteen è apparso inarrestabile nonostante la pandemia: prima una lunga serie di concerti acustici a Broadway che lo hanno tenuto impegnato fino alla fine del 2018,  poi nel 2019 ha pubblicato Western Stars, il suo 19º album in studio  (recensione qui) le cui canzoni sono state eseguite dal vivo per il film omonimo co-diretto dallo stesso Springsteen (ve ne abbiamo parlato qui) e, come se non bastasse, nel 2020 è tornato in studio, dopo 10 anni di assenza, con la E Street Band per il disco “Letter to You”, oggetto anche di un documentario dedicato alla realizzazione dell’album.

Mark Richardson, nella sua recensione del disco per il Washington Post – che in Italia possiamo leggere grazie al lavoro di Internazionale – è stato un pò duro con il Boss parlando di Only the strong survive come un’occasione persa “perché rispetta troppo le versioni originali”. Io non la vedo così. Bruce Springsteen e il produttore Ron Aniello hanno scientemente scelto di portare rispetto agli arrangiamenti originali entrando in punta di piedi sui singoli brani e arricchendo dove possibile con i cori, i fiati e l’orchestra. Ma soprattutto con la voce di Bruce che non era così intensa da tanto, sicura e adattabile alle atmosfere originali dei testi e all’ambiente di queste 15 canzoni. 

Bruce in “Only the Strong Survive” lascia la sua iconica Telecaster da una parte e ci mette tutta la sua voce e il suo cuore. Tanto che avrebbe potuto tranquillamente chiamare questo disco “Only Lovers Left Alive” come il film di Jim Jarmusch del 2013 tanto è evidente l’amore del boss per quel soul rovente, aspro e sensuale che arrivava originalmente dal Sud degli Stati Uniti. Un amore eterno, reso ancora più eterno da questo disco.

Damiano Sabuzi Giuliani

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