L’Iguana di Anna Maria Ortese, un capolavoro inesauribile

Fra le tante scrittrici tenute lontane dai programmi scolastici c’è Anna Maria Ortese, una delle autrici più importanti del Novecento. E fra i libri che a scuola non si studiano c’è una gemma inesauribile: L’Iguana.

L’Iguana di Anna Maria Ortese è un libro che, una volta aperto, non si può più chiudere. Ha il respiro universale delle storie senza tempo. Come le fiabe, come le favole. Finito di leggerlo, l’istinto è quello di riaprirlo e ricominciare, sottolineando frasi e ragionando su parole che sembrano sempre fare appello a una profondità di visione che allarghi i confini della lettura.

«Il compratore di isole» della prima parte è Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei Duchi di Estremadura-Aleardi, e conte di Milano, detto Daddo – infantile nomignolo che forse rispecchia la sua ingenuità, il suo candore fanciullesco. Il romanzo si apre infatti al momento della partenza di Daddo – su istruzione della contessa madre, sapiente amministratrice – alla ricerca di terre da acquistare per ampliare i beni di famiglia, costruendoci – lui è architetto – ville e circoli nautici. Anche un’altra ricerca guiderà Daddo, su consiglio dell’amico editore Adelchi: trovare un interessante manoscritto, qualcosa di esotico e inusuale, con cui far fortuna.

Risalendo la costa Portoghese con il suo yacht si imbatte nell’isola di Ocaña, che non è presente sulle mappe, e decide di sbarcarvi. Su quest’isola vivono don Ilario Jimenez dei Marchesi di Segovia, conte di Guzman, assieme ai due suoi fratellastri, Hipolito e Felipe Avaredo-Guzman, e a quella che sulle prime appare come una vecchina e poi si rivela un’iguana, la serva di casa. Pian piano capiamo che gli isolani sono nobili decaduti e che Ilario sta per andar sposo a una ricca americana, tramite l’intermediazione di un arcivescovo, un don Fidenzio particolarmente interessato, anche lui, ad acquisire l’isola, per farne un centro di meditazione.

Agli occhi di Daddo don Ilario appare, ora giovane ora vecchio, come un essere che patisce una pena, che nasconde un mistero, un essere fantasticante e triste. A differenza dei fratellastri, incolti, abbrutiti, Ilario è un letterato, un bibliofilo, che nella torretta-biblioteca della vecchia casa malandata custodisce due suoi manoscritti – che potrebbero fare al caso di Daddo, cioè del suo amico editore.

Con il marchese Daddo fa discorsi sulla natura del bene e del male e sui loro rapporti, sul realismo e sui concetti di realtà e immaginazione, discorsi che sembrano impossibili a Milano, dove evidentemente tutto è concreto, pragmatico, mercificato, e dove la realtà appare univoca. Nell’isola, invece, niente e nessuno sembra essere uno. Le apparenze sono esse stesse mutevoli. Se non ce ne fossimo già accorti con l’Iguana – che è animale e fanciulla, vecchia e bambina – lo avvertiamo nel personaggio di don Ilario, che talvolta si mostra a Daddo nei panni di un doppio, di un disinvolto Jeronimo Mendes, e lo avvertiamo nella forma del libro stesso, che ha insieme l’andamento di una fiaba, di una favola, di un romanzo, di una pièce teatrale, di un testo filosofico, e una ricchezza vertiginosa di echi intertestuali.

Specularmente alla torretta-biblioteca c’è lo scantinato in cui è relegata la serva-iguana, a cui Daddo accede attraverso un passaggio nascosto trovato dentro l’armadio della sua stanza. Nella sua tana sotterranea, l’iguana dal nome celeste – si chiama Estrellita – accumula sacchetti di pietre, il compenso passatole dai fratelli padroni per le sue attività.

È necessaria una piccola parentesi. Facendo un piccolo balzo in avanti di qualche capitolo, capiamo che l’Iguana non è sempre stata una reietta. Un tempo era amata, al pari di una fanciulla, da don Ilario : un tempo in cui l’armonia fra uomo e natura era dunque possibile? L’armonia si è rotta con il progetto del matrimonio di don Ilario con la ricca americana, unica possibilità per i nobili decaduti di risalire la scala sociale. L’Iguana, che non possiede niente, andava allontanata. Dagli abiti eleganti è passata agli stracci, dall’affetto al rifiuto, dalla convivenza armoniosa alla segregazione.

Potrebbe essere, la serva-iguana, simbolo di una natura su cui l’uomo si è arbitrariamente elevato facendone un terreno di speculazione (gli Aleardi comprano terre per far profitti)? L’iguana, però, è anche simbolo dell’oppresso – che sia umano o animale – del subalterno sfruttato e ridotto al mutismo. Espulsa dagli affetti, Estrellita si scopre bestia e il suo rapporto coi fratelli Guzman ora è mediato dalla compravendita: viene pagata per i suoi servigi.

Che sia con pietre e non monete, probabilmente non importa. Il valore è una convenzione.

L’Iguana reietta evoca anche la figura della donna-serpente, dea o fata, variamente rappresentata dalle mitologie del mondo e demonizzata dall’occhio cristiano. La prima parte del romanzo si chiude infatti sull’arcivescovo che impartisce la benedizione dello scantinato per liberare il posto da quell’ombra demoniaca che vi alberga – escamotage del prelato che fa leva sulle superstizioni degli americani per potersi impadronire lui dell’isola.

Nei confronti di Estrellita il conte milanese prova una grande compassione, tanto che vorrebbe salvarla dalla sua condizione, portandola via con sé. Aleardo fatica a capire gli accadimenti dell’isola ed è spesso stanco, disorientato. Infatuato di una donna-iguana, frastornato dalle metamorfosi del marchese, stordito dai misteri di Ocaña, nella seconda parte del libro – «la tempesta» – la sua trasognatezza vira lentamente al delirio.

Si alternano scene intorno al pozzo in cui Daddo si lancia per raggiungere il corpicino dell’Iguana (si è gettata? L’hanno gettata? È davvero morta?) a scene all’interno di un Tribunale sotterraneo dove un certo conte milanese è imputato per la morte di Dio. Alla morte di un’iguana dal nome celeste si sovrappone la morte di un Dio che ha le sembianze di bianca farfalla. Come in un sogno, fra continui slittamenti nel tempo e nello spazio, Aleardo compie un secondo viaggio, senza salpare da nessuna terra. E compie un sacrificio.

«Sentì che il suo viaggiare era stato immobilità, e ora, nella immobilità, cominciava il vero viaggiare. Sentì poi che questi viaggi sono sogni, e le iguane ammonimenti. Che non ci sono iguane, ma solo travestimenti, ideati dall’uomo allo scopo di opprimere il suo simile e mantenuti da una terribile società. Questa società egli aveva espresso, ma ora ne usciva» (L’Iguana, Adelphi, p. 168).

Abbiamo visto nell’Iguana l’allegoria dell’oppresso.Viene in mente a questo punto una delle pagine iniziali del libro, dove si fa riferimento a un’editoria lombarda che fa confusione sulle nozioni di oppressione e rivolta. Intuiamo che la «rivolta dell’oppresso» fosse un tema all’epoca in voga purché trattato in termini rassicuranti. L’amico editore aveva espressamente chiesto a Daddo di procurargli una storia interessante, magari qualcosa «dove si esprima la rivolta dell’oppresso» (p. 17).

Il libro di Anna Maria Ortese narra una storia del genere, ma in termini tutt’altro che rassicuranti. E non è rassicurante in primis da un punto di vista formale: la scrittura è difficile, richiede tempo. Il periodare complesso impone di leggere lentamente, di rileggere anche, seguendo le anse degli incisi, di virgole, trattini, parentesi. La voce narrante poi interpella spesso il lettore, ma non dà facili spiegazioni né soluzioni agli enigmi: invita piuttosto al ragionamento, invita il lettore a porsi domande, a esercitare il pensiero.

Scendiamo anche noi nel buio di un pozzo che va illuminato, allontanando letture superficiali, rassicuranti della realtà, del dolore, dell’oppressione.

Sembrerebbe impossibile credere che da questo libro sia stato tratto un film. Eppure, nel 2004, l’impossibile è stato possibile, con la regia di Catherine McGilvray. Nel 2014, in occasione del centenario della nascita di Anna Maria Ortese, Elliot realizza un progetto intitolato L’Iguana che visse due volte, pubblicando il dvd del film insieme a una raccolta di testi, che accompagnano il lettore-spettatore alla (ri)scoperta di un capolavoro inesauribile.

 

Sara Concato

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