Messico, svolta sull’aborto: non è più reato

Momento storico per il Messico: la Corte Suprema depenalizza l’aborto e chiede chiarezza sull’obiezione di coscienza.

Il Messico inizia a fare sul serio sui diritti delle donne: aborto legale, regolamentazione dell’obiezione di coscienza, stupro riconosciuto tale anche nel caso in cui si sia verificato in famiglia. Siamo di fronte a una rivoluzione per le donne messicane?

Ad inizio settembre la Corte Suprema dello Stato di Coahulia – Messico centro-settentrionale – ha invalidato gli articoli 195 e 196 del codice penale, dichiarandoli incostituzionali. Secondo tale legislazione, l’aborto andava punito con una pena da uno a tre anni di reclusione. Incriminare una donna che sceglie di abortire, da oggi in poi, sarà illegale – e la misura avrà valore ex tunc, cioè retroattivo. Questo significa, quindi, che dovrà esserci assoluzione per le donne già detenute.

Per il Presidente della Corte, l’invalidazione degli artt. 195 e 196 rappresenta “Un passo in più nella storica lotta per l’uguaglianza delle donne, la dignità e il pieno esercizio dei loro diritti“. Già nel 2007, in materia, qualcosa si cominciò a muovere: fu Città del Messico a rendere legale l’aborto fino alla dodicesima settimana garantendo prestazioni gratuite nelle cliniche del comune ed anche a donne residenti in altra zona. Seguirono l’esempio gli Stati di Oaxaca, Veracruz e Hidalgo.

Tuttavia, non si verifico l’atteso effetto domino: all’apertura di Città del Messico seguì, invece, una vera e propria ondata di riforme che hanno blindato la criminalizzazione dell’aborto. Veracruz, Tamaulipas, Chiapas, Querétaro, Oaxaca, San Luis Potosí, Yucatán, Jalisco, Nayarit, Puebla, Durango, Guanajuato, Quintana Roo, Sonora, Colima, Baja California y Morelos dal 2015 in poi hanno rimarcato l’illegalità dell’aborto “in nome del diritto alla vita dal suo concepimento”.

L’argomento aborto, in un contesto cattolico come quello messicano, è molto delicato: conservatori e cattolici si sono battuti per rallentare questo processo di emancipazione – e molto forte è la pressione che esercitano sulle istituzioni politiche. La Conferenza episcopale messicana (CEM) ha spinto molto per un diverso pronunciamento, sottolineando l’importanza di riconoscere la dignità dell’essere umano in tutte le tappe della sua vita.

Tanto che il Presidente Andrés Manuel López Obrador, solitamente avvezzo a stare in primo piano, ha preferito mantenersi su una posizione di neutralità: “Cerco di non esprimere la mia opinione, rispetto le decisioni prese dall’autorità giudiziaria e non ho un’opinione perché devo essere rispettoso di tutti, credenti e non. Questo è il mio ruolo istituzionale e preferisco non commentare questi argomenti”. Così si è defilato dal dibattito pubblico Amlo.

I giudici di Coahuilia, comunque, hanno deciso all’unanimità e l’aspetto importante di questa decisione è che crea un precedente vincolante per tutti i tribunali del Paese, definendo “criteri obbligatori per tutti i giudici del Paese”.

Dicevamo della valenza ex tunc della decisione: adesso ci si aspetta un procedimento di scarcerazione delle condannate per aborto. Secondo la Segreteria del Sistema di Sicurezza Pubblica, attualmente 423 donne si trovano in stato di detenzione per via di questa accusa. Sarà immediata la libertà per chi è in carcere in attesa di giudizio, mentre chi sta già scontando la pena dovrà avviare un iter per avvalersi degli effetti della decisione.

Uno degli aspetti positivi è che questa situazione potrà valere al di là dei confini di Stato, liberando tutte le donne messicane. Al di là dello stigma sociale e, chiaramente, delle conseguenze penali, con la legislazione precedente si verificava una media tra i 750 mila e un milione di aborti clandestini ogni anno: migliaia le vittime, mentre un terzo finiva per ricorrere alle cure ospedaliere in fin di vita. Una situazione, questa, tipica dei luoghi dove l’aborto non è autorizzato o lo è in modo ristretto, con troppi vincoli rispetto alle “motivazioni”.

La depenalizzazione dell’aborto non è l’unico tema su cui si è soffermata la Corte Suprema: è stato invalidato anche l’articolo, dello stesso Codice, per cui lo stupro all’interno del matrimonio era ritenuto meno grave che uno commesso al di fuori. Anche in questo caso, la decisione è stata presa all’unanimità. E anche in questo caso rappresenta una vittoria importante, che avrà effetti sull’immaginario culturale e, di conseguenza, sulla visibilità sociale delle donne e sulla loro vita quotidiana.

Inoltre, proprio qualche giorno fa, i giudici hanno affrontato un tema parallelo alla criminalizzazione dell’aborto: quella dell’obiezione di coscienza del personale sanitario. Il Tribunale ha chiesto al Parlamento di rivedere la Legge Generale di Salute nell’articolo 10, per colmare le lacune e meglio specificare i casi e le modalità con cui si potrà presentare obiezione al fine di garantire, comunque, la prestazione. I legislatori dovranno considerare che “L’obiezione di coscienza non potrà prevalere dinanzi al diritto di terze parti, soprattutto in argomenti di salute”.

Le decisioni della Corte sono davvero importanti passi avanti ma sarebbe sbagliato credere che, da qui in avanti, la strada per la legalizzazione dell’aborto sia in completa discesa. Nel confinante Texas, infatti, proprio in questi giorni è stato citato in giudizio un medico per aver praticato un aborto oltre le sei settimane: dal 1° Settembre, infatti, è in vigore una legge approvata in Maggio per cui è perseguibile un medico – ma non la donna – che pratichi interruzione di gravidanza dopo il primo battito. E in Colombia, nonostante si possa abortire in caso di stupro o rischio di salute per la madre o il feto, dal 2008 si contano circa 400 condanne all’anno (secondo i dati forniti dal Tavolo per la Vita e la Salute della Donna).

Sara Gullace

Immagine di copertina via twitter.com/alberto_au

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