La vita hardcore di Roger Miret degli Agnostic Front

“My Riot. Agnostic Front: la mia vita hardcore” è un’autobiografia schietta, cruda e ruvida come il genere musicale che gira intorno a questa storia. Senza fronzoli Roger Miret ci trascina a forza nel suo wild side per dirla alla Lou Reed solo che la New York di Miret è decisamente più selvaggia

Non bisogna essere per forza un fan dell’hardcore o degli Agnostic Front per apprezzare questo libro. Anzi, lo consiglio caldamente a chi sa poco o nulla della “scena” hardcore degli anni Ottanta e Novanta per conoscere e capire meglio cosa si muoveva nella grande mela oltre al punk e al blasonatissimo metal fatto di capelloni, linee melodiche accattivanti e vendite record ai botteghini.

La scena hardcore qui descritta è nuda e cruda, spesso e volentieri violenta, ma allo stesso tempo coesa, solidale. Una scena in cui niente è quello che sembra. Una scena che, spesso a mezzo stampa, è stata descritta come razzista e incline all’odio e che invece si rivela tutt’altro.

A tal proposito Roger Miret, che per tutto il libro ne manda a dire a riviste che male interpretavano i suoi intenti, scrive:

Per un periodo, ci hanno buttato addosso talmente tanta merda e in nostri testi sono stati analizzati così profondamente, che era davvero difficile convincere chiunque che odiavamo nazi e razzisti. Maximumrocknroll aveva collaboratori ovunque, nel paese, e alcuni redattori di New York hanno cercato di convincere l’editore Timmy Yohannan che non eravamo una gang o un gruppo di odio, ma lui non li ha ascoltati. Forse perché rappresentavano studenti benestanti e di classe media che leggevano romanzi sull’oppressione e seguivano la lotta di classe da una distanza di sicurezza. Questa gente pensava di lottare contro il sistema vivendo nei sobborghi borghesi, in case di lusso; noi eravamo ragazzini con le pezze al culo che vivono per strada o negli squat di New York, e molti di noi non avevano né soldi né famiglie alle spalle per elevarsi socialmente.

La storia personale di Miret poi è davvero interessante e per nulla scontata. Nato a Cuba ed emigrato negli States in quegli anni Settanta di forti tensioni tra USA e l’isola strangolata dall’embargo commerciale e di velleitari tentativi di rovesciare il regime castrista, Miret arriva in America a soli 4 anni con la madre poco più che ventenne e già madre di tre figli: oltre a Roger, il fratello più piccolo di 2 anni Rudy (che oltre a militare con gli Agnostic Front diventerà il cantante di un’altra importante band hardcore i Madball) e la sorellina di pochi mesi. 

Dentro le mura di casa poco amore e tanta violenza (sia il padre sia e il patrigno picchiavano lui, la madre e i suoi fratelli). Facile dunque da adolescente decidere di lasciare il nido (se così si può chiamare) e prendere la sua strada che, fin da subito, è fatta di decadenza, povertà, violenza e droga.

Per far fronte alle spese per la sua famiglia e soprattutto per la figlia appena nata, entra nel business della droga che lo porta dritto dritto in prigione.

Una vita intensa che sembra lunghissima dove la musica, ancora una volta, salva la vita. Grazie alla sua forza, alla determinazione e al suo coraggio Roger Miret ha dato un contributo imprescindibile alla formazione di un nuovo genere musicale.

La prima ondata hardcore di inizio Ottanta viene percepita come seconda ondata del Punk. Lo storico locale newyorkese CBGB che aveva dato, negli anni Settanta, i natali a gruppi come Television, Blondie, Talking Heads e Ramones, ora era pronto a dare spazio ad un genere decisamente più duro e massiccio dove i ritmi serrati del punk ’77 lasciano spazio ad una velocità supersonica, ad un cantato urlato e sonorità più aggressive.  

Sebbene la natalità del genere sia da attribuirsi a gruppi come Black Flag, Bad Brains e Minor Threat – quindi tra Los Angeles e Washington – , la scena di New York, con tanto di acronimo NYHC, ha segnato dei passaggi fondamentali per questo genere che mai è stato e mai sarà mainstream. Un genere importantissimo per le sue connotazioni sociali, politiche e in generale per la storia del rock’n roll. Perché Miret oltre a raccontare la sua storia racconta la storia di un genere musicale fatto di batoste, sconfitte, ma anche riscatto, passione e mai rassegnazione.

Un ottimo libro dunque al pari delle autobiografie di Anthony Kiedis o di Keith Richards, entrambe pubblicate in Italia da grandi gruppi editoriali. In questo caso il merito è di Red Star Press che ha portato in Italia una storia così interessante grazie anche all’egregio lavoro di traduzione di Crombie Media (Letizia Lucangeli). Va dato atto, infine, dell’ottimo lavoro di supporto alla scrittura di Jon Wiederhorn.

My Riot è una vita vissuta al limite, nuda e cruda, una storia tagliente come la lama di un coltello e rapida come un proiettile. Se c’è un lieto fine spetta al lettore attento giudicarlo. Oggi Roger ha 56 anni, una bella famiglia e un’ottima carriera musicale alle spalle. Ed è una leggenda del New York Hard Core.

Damiano Sabuzi Giuliani

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