India, quale destino per 4 milioni di immigrati?

A rischio la cittadinanza di milioni di persone che temono la deportazione. E per l’opinione pubblica è l’ennesima discriminazione contro le minoranze musulmane
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Immagine via twitter.com/ThePrintIndia

Nuove tensioni e instabilità politico-sociali rischiano di abbattersi sull’India, questa volta nel Nord-Est del Paese, nello stato di Assam. L’ultimo censimento della popolazione ha lasciato fuori, al momento, 4 milioni di persone di origine bengalese, per la maggior parte facenti parte della minoranza musulmana. Cittadini che rischiano di perdere il diritto di voto, l’accesso al welfare e le proprietà legate alla cittadinanza.

L’esclusione è possibile in base a una legge del 1985 secondo cui sono riconosciuti cittadini indiani soltanto i residenti che possano dimostrare di essere entrati in Assam tra il primo gennaio 1966 e il 24 marzo 1971 (un giorno prima della costituzione e dichiarazione di indipendenza del Bangladesh) e quelli che possono provare di essere discendenti diretti dei rifugiati, a patto, comunque, di essere nati in India e di risiedervi in maniera stabile.

Ricordiamo che il percorso di indipendenza bengalese aveva suscitato diverse lotte intestine e non era stato indolore: la scissione con il Pakistan, di cui l’attuale Bangladesh era inizialmente la parte orientale, comportò un forte flusso migratorio di rifugiati musulmani verso l’India anche negli anni successivi in seguito a persecuzioni e proteste che avevano causato centinaia di morti. L’Accordo di Assam del 1985 fu stipulato con scopi restrittivi, per mettere un limite al fenomeno migratorio. Ondate migratorie che non sono, comunque, diminuite nel corso degli anni.

La presentazione del Registro di Cittadinanza (NCR) la scorsa settimana ha suscitato forte allarme tra migliaia di persone che, adesso, temono espropriazione e deportazione. La misura prevista dalla legge indiana verso gli immigrati clandestini, infatti, è la deportazione al di fuori del Paese e la permanenza in appositi campi messi in piedi proprio per i clandestini. Questo è lo spettro che spaventa milioni di persone.

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Il Primo ministro indiano Narendra Modi (immagine via facebook.com/narendramodi)

All’indomani della pubblicazione dell’NCR si è elevata una forte critica da parte sia delle opposizioni politiche che delle organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica indiane: le scelte del Governo del Primo ministro Narendra Modi sono state tacciate come disumane dalle ONG locali e faziose da opposizione e analisti politici. L’allontanamento delle minoranze etniche sarebbe una mossa strategica per favorire la riconferma del Partito Democratico Popolare (BJP) di Modi alle elezioni dell’aprile 2019. Il BJP, infatti, è il maggior partito a stampo conservatore e nazionalista del Paese.

Ridurre la presenza di cittadini di fede islamica e di immigrati, si pensa possa favorire largamente il voto a matrice Indù, la maggioranza etnico-religiosa dell’India: tra questi, già da anni serpeggia il malcontento per gli elevati tassi di immigrazione. Disoccupazione, diminuzione della proprietà terriera (l’agricoltura è il settore che più di altri ha dato spazio agli immigrati) sono tra i maggiori problemi cui il Paese non è riuscito a far fronte. Ciò detto, un’azione di repressione nei confronti del fenomeno conquisterebbe i consensi di buona parte dell’elettorato. Senza contare che, come primo effetto, minerebbe il numero dei possibili votanti contrari, appunto, di origine islamica.

Il Governo si è affrettato a correggere il tiro, offrendo un’interpretazione di maggiore imparzialità. Secondo Prateek Hajela, direttore dell’NCR, le liste sono state preparate senza alcune discriminazione: “Sono coinvolte persone di diversa lingua e religione. È una decisione che riguarda una criticità numerica – ha spiegato in risposta a critici e detrattori –, e che non discrimina per religione, razza o casta. I musulmani – ha concluso – non sono l’obiettivo del provvedimento”.

Nell’attuazione del piano indiano, c’è da considerare la variabile del vicino Bangladesh, che sarebbe terra di rimpatrio e che difficilmente accederebbe ad una ricezione tanto massiva. Anche per questo, quindi, e tenuto conto dell’impatto negativo suscitato anche a livello internazionale, nessun provvedimento concreto è stato ancora preso: i migranti che ora non risultano inclusi nel registro potranno ricorrere a mezzi propri per dimostrare di avere, invece, i requisiti richiesti. Scadenza ultima, dicembre 2018. Dopo di che, migliaia di indiani si aggiungeranno ai 10 milioni di persone senza cittadinanza già presenti al mondo (dati dell’agenzia Nazioni Unite).

Sara Gullace

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