Far East Film Festival, 20 anni di emozioni

Trionfo per il film sudcoreano “1987: When the day comes”, che porta a casa anche il premio della critica

Far East Film Festival

Il palco del Teatro Nuovo di Udine, credits: Arianna Acciarino

Si è conclusa sabato 28 Aprile la ventesima edizione del Far East Film Festival, la più grande rassegna cinematografica continentale dedicata al cinema orientale. Il pubblico del “Teatro Nuovo Giovanni da Udine” ha decretato il trionfo del sudcoreano Jang Joon-hwan, che ha presentato un film di ambientazione storica che narra le drammatiche vicende che hanno condotto alla mobilitazione generale contro la dittatura militare di Chun Doo-hwan.

Forte della straordinaria interpretazione del magistrale Kim Yun-seok e della giovane Kim Tae-ri – fenomenale protagonista del poetico “Little Forest”, altra pellicola presentata al Festival – “1987: When the day comes” si è aggiudicato anche il “Black Dragon” award, il premio della critica.

La platea del Teatro Nuovo ha assegnato il Gelso di Cristallo a “One cut of the dead” di Ueda Schinichiro e a “The Battleship Island” di Ryoo Seung-wan, rispettivamente secondo e terzo classificato in questa edizione del Far East Film Festival. La pellicola giapponese è un ironico zombie-movie in piano sequenza, realizzato a bassissimo costo con un cast di esordienti e la benedizione della Enbu Seminar, una scuola di Tokyo per aspiranti filmakers; sul terzo gradino del podio, invece, un altro film sudcoreano di ambientazione storica che narra un episodio della seconda guerra mondiale: l’epopea di 400 rifugiati coreani dall’isola di Hashima.

Un Far East Film Festival dalla forte connotazione politica, insomma, che vede la questione coreana sotto i riflettori. Proprio in questi giorni, nelle sale cinematografiche italiane è uscito un film intitolato “Il prigioniero coreano” – intenso grido di pace diretto dal maestro Kim Ki-duk e distribuito da quella stessa Tucker Film che molto ha a che vedere con l’organizzazione del festival friulano. Ai nastri di partenza della rassegna, invece, abbiamo visto “Steel Rain” – interessante spy-story diretta da Yang Woo-seok che profetizzava un fantomatico disgelo tra le due Coree.

Ebbene, appena una settimana dopo l’apertura del ventesimo Far East la realtà ha superato la finzione scenica: il leader nordcoreano Kim Jong-un ha incontrato il presidente sudcoreano Moon Jae-in, i due si sono impegnati a siglare un trattato di pace entro l’anno e la prospettiva incanta più di qualunque narrazione cinematografica.

L’impegno civile è uno degli aspetti più interessanti del festival, dunque. Oltre ai film già citati, segnaliamo il toccante “N°1 Chung Ying Street” di Derek Chiu – che traccia un parallelismo tra le manifestazioni del 1967 contro il protettorato britannico a Hong Kong e le rivolte studentesche del 2014 – o il sorprendente viaggio del “Night Bus” indonesiano tra le gli orrori di una guerra civile, magistralmente raccontato nella seconda opera di Emil Heradi.

Per la prima volta, nella storia del Far East Film Festival, è stato assegnato un riconoscimento per la migliore opera prima. Il “Gelso Bianco” è andato a “Last Child” di Shin Dong-seok, che racconta il dolore di una famiglia per la perdita di un figlio, “ufficialmente” annegato in un fiume mentre cercava di salvare un amico. La narrazione porterà a galla una amara verità, decisamente difficile da accettare. Lo sguardo del regista restituisce allo spettatore immagini delicate e intense al contempo per un cinema d’essai decisamente raffinato.

Altra sorpresa del Festival, la seconda prova dietro la macchina da presa dell’attore di Hong-Kong Chapman To. Famosissimo in patria soprattutto come attore comico, To ha stupito tutti per la profondità con cui ha raccontato il dramma personale della protagonista Hirakawa Mari. Con “The empty hands” ha conquistato anche il pubblico del web, che lo ha premiato con il decimo “MyMovies Award”.

Vent’anni di emozioni, dunque, per un festival che non ama il compiacimento autoreferenziale: 55 pellicole in gara dalla qualità impressionante che meriterebbero senz’altro una diffusione maggiore nelle sale nostrane.

Domenico Spampinato

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