“Kamchatka”, l’emozione che dà voce ai desaparecidos

Dopo Milano, Padova, Bologna e il Salone del Libro di Torino, lo scorso 14 maggio Marcelo Figueras ha presentato il suo ultimo romanzo alla Libreria Feltrinelli di Via Appia a Roma, in compagnia di Egle Mugno e Giorgio Gizzi. Dove scorrendo le pagine del suo lavoro, l’autore apre il suo cuore

di Valentina Palermi
su Twitter @ValPalermi

La copertina di "Kamchatka"

Marcelo Figueras al Salone del Libro di Torino 2014

Non sono sicuro sia il film che pensavi o cercavi, ma sicuramente sarà il mio prossimo libro”. Con queste parole lo scrittore, sceneggiatore e giornalista argentino Marcelo Figueras racconta di aver consegnato al regista Marcelo Piñeyro quelle circa settanta pagine che nel 2003 avrebbero vinto il premio per la migliore sceneggiatura al Festival del Cinema dell’Avana.

Perché a differenza dei suoi precedenti romanzi, “Kamchatka” – pubblicato in Italia da L’Asino d’oro Edizioni – è un lavoro d’amore, che gli ha permesso di trovare la sua voce nonostante il “complesso” schiacciante della tradizione letteraria intellettualista tipica della propria Nazione, “che ha bisogno di sentirsi europea. Gli argentini sono ‘hot blooded’, ma guardando alla nostra letteratura non si direbbe. I nostri lavori sono intellettuali, di forte influenza francese”. Tanto che Calvino diceva“gli argentini sono italiani che vestono come gli inglesi, ma parlano come gli spagnoli”.

Allo stesso tempo Kamchatka è stata la voce fuori dal coro della narrativa argentina contemporanea, segnando – come si augura lo stesso Figueras – il percorso degli “artisti che volevano parlare ma non avevano coraggio o non avevano trovato il giusto modo di farlo”, introducendo nuovi personaggi, diversi dai “giovani militanti di sinistra che si battevano contro il regime che li torturava e uccideva”.

Perché nel suo essere ironico e divertente, racconta la vicenda dei desaparecidos facendola fluire attraverso gli occhi e la storia di Harry, “un bambino a cui piace inventare storie, giocare con il suo amico Bertuccio, sfidare suo padre a Risiko”. E proprio la Kamchatka del gioco, quella “lingua gelata che la Russia mostra all’Oceano Pacifico” – “che non è in nessuna mappa; i luoghi reali non lo sono mai” come scriveva Melville in Moby Dick -, è l’ultima parola che il padre di Henry pronuncia prima di diventare “uno dei tanti” a non far più ritorno a casa.

La copertina di "Kamchatka"

La copertina di “Kamchatka”

Le emozioni di Harry non sono poi tanto distanti da quelle di Marcelo, come da quelle di ogni altro argentino che ha vissuto e subito l’oppressione dittatoriale tra il 1976 e il 1983. Un “recente e indecoroso passato, un concorso di colpe per cui tutti stanno pagando”, a partire “dai preti che aiutavano i militari, ma davano la benedizione ai corpi dei militanti assassinati, fino ai businessmen che hanno fatto affari e concesso ai militari di rapire i propri dipendenti”.

Nonostante fosse “privilegiato, non avendo genitori attivi politicamente e non conoscendo alcuna vittima”, Figueras ricorda con precisione i momenti che segnano la presa di coscienza del regime, quando adolescente ne respirava nell’aria la perversità dell’operare in silenzio pur mantenendo l’apparenza di normalità, scoprendosi a cambiare lato del marciapiede quando incrociava un poliziotto per strada, restando a casa nel weekend invece di andare a ballare per paura di uscire di casa.

Una consapevolezza ancora più lancinante, quando alla caduta del governo dittatoriale il presidente Alfonsìn portò in corte di giudizio i leader delle juntas. “Tutta la Nazione seguiva il processo e ascoltava le testimonianze […]. Quello che ricordo è la reazione di mia madre, e l’orrore e il dolore che sentì. Si sentì responsabile nonostante fosse una ex dentista e non avesse credo politico. Era difficile capire e accettare che tutto quello fosse avvenuto senza che nessuno ne fosse a conoscenza”.

Di lì a poco la madre di Figueras si ammalò di cancro. “[…] e morì molto presto. Anche se non è una risposta scientifica, penso sia morta per il senso di colpa”.

Attraverso Harry, “la gioia, le risate” che fanno parte, come in un gioco, della necessità di “cambiare identità per adottarne delle nuove” come accade alla sua famiglia, composta da La Roccia, madre dalla straordinaria forza d’animo, dal padreavvocato di cause perse” e Il Nano, fratellino più piccolo, illuminano le ombre oscure di una tragedia, trasformando “i desaparecidos in aparecidos”.

Come Harry, ha sofferto “una perdita terribile, e il genere di dolore che non va mai via”. Ma lo dice “Lillian Gish in uno dei miei film preferiti, The Night of the Hunter: ‘I bambini sono uomini fortissimi. Loro sopportano’ ”. E questo, è un libro per sua madre.

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