Marcel Duchamp e l’irriverenza contro ogni canone: “Tutto è arte”

Fino al prossimo 9 febbraio la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma ospita i capolavori dell’artista che scandalizzò i contemporanei con la sua libertà da ogni condizionamento estetico e il rifiuto di qualsiasi concetto precostruito

di Giulia Mirimich

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Bicycle Wheel di Marcel Duchamp (fonte immagine: catesthill.com)

In occasione del centenario del primo ready-made di Marcel Duchamp, Roue de bicyclette, dallo scorso ottobre e fino al prossimo 9 febbraio la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma omaggia l’artista dedicandogli una mostra, “Re-made in Italy”, che non solo vede esposti i suoi lavori, ma illustra in modo efficace il suo percorso artistico.

Con l’allestimento di Alessandro Maria Liguori, la mostra è curata da Stefano Cecchetto, Giovanna Coltelli e Marcella Cossu. L’esposizione si concentra soprattutto sulla permanenza in Italia di Duchamp negli anni Sessanta e sugli eventi principali che la scandirono nel biennio 1964-65: le rassegne di Milano, presso la Galleria Schwartz, e di Roma, presso lo spazio Gavina di Via Condotti.
Nella prima delle sette sale della GNAM a lui dedicate ci sono ritratti, fotografie d’epoca e persino un olio realizzato a soli quindici anni, Paysage à Blainville (1902).

Proseguendo si possono ammirare i suoi celebri ready-made replicati durante il soggiorno italiano dall’artista per Arturo Schwarts e poi donati alla Galleria Nazionale di Arte Moderna nel 1998, come il celebre orinatoio di porcellana adibito a fontana (Fountain), il Porte-bouteilles, la pala da neve che compone In Advance of the Broken Arm, la scacchiera da viaggio o la celebre valigia Louis Vuitton in pelle di camoscio contente settanta riproduzioni in miniatura, una sorta di “museo portatile” (Boîte- en-valise).

Vengono proiettati poi i filmati che vedono coinvolto l’artista ora come attore, ora come regista. Dall’acquisto nel 1964 di 150.000 metri di pellicola da parte di Gianfranco Baruchello e Alberto Grifi nasce Verifica incerta, di cui proprio Duchamp è l’ispiratore e infatti vi compare in alcune sequenze, dopo essersi cimentato, nel 1926, alla regia (con la collaborazione di Man Ray) del film d’avanguardia Anèmic Cinèma, senza trama, composto da diciannove dischi ottici rotanti, alcuni con frasi ironiche in francese, altri spiraleggianti che stordiscono lo spettatore, il quale per riuscire a leggere le scritte sui dischi deve sforzarsi non poco.

Infine compaiono anche opere di alcuni artisti italiani, come Dangelo e Patella, proprio per mettere in luce il notevole impatto che Duchamp ebbe sullo scenario artistico della nostra nazione. La mostra però vuole richiamare l’attenzione dello spettatore principalmente sugli assemblaggi, su quelli che Duchamp stesso chiama per primo ready-made, “oggetti di uso comune”, oggetti già fatti ma isolati dalla loro funzione, messi in mostra ed elevati polemicamente ad opera d’arte.

Con questo atteggiamento iconoclasta l’artista sembra voler esplicare la sua irriverenza verso principi, personaggi o prodotti considerati esteticamente validi a discapito di altri: ogni oggetto, secondo Duchamp, purché estraniato dal contesto che lo origina, una volta consacrato dalla firma dell’artista, diviene composizione. Alla base dei suoi lavori c’è senza dubbio l’intento di contraddire quella mitizzazione dell’opera, messa in atto soprattutto dalla borghesia benpensante.

La sua estrema ed ironica distruzione del tradizionale concetto di arte attira l’attenzione dell’osservatore sui significati nascosti della nostra realtà quotidiana. Come se desiderasse suggerire l’impossibilità per un artista moderno di realizzare un’opera d’arte nel senso comune e quindi muovere un invito ad instaurare un rapporto creativo con le cose che ci circondano tutti i giorni. “Tutto è arte” afferma: pezzi di legno, fili di spago, qualunque oggetto messo in una posizione piuttosto che in un’altra. Una sorta di negazione dell’arte. O ancora meglio la dimostrazione che qualsiasi cosa prenda vita dalla creatività dell’uomo è a tutti gli effetti arte, anche un orinatoio.

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Una risposta

  1. 2 Luglio 2014

    […] Eno è ossessionato dall’utilizzare l’orinatoio di Duchamp, la famosa e controversa opera Fontaine, al punto da inventarsi un sistema per riuscirci niente di […]

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