Venezia70: la violenza tra le mura di casa, Miss Violence e Die Frau des Polizisten

Tra i vincitori della Settantesima Mostra cinematografica di Venezia due film sulla violenza domestica: Miss Violence, Leone d’Argento e Coppa Volpi per l’interpretazione maschile, e La moglie del poliziotto, Premio Speciale della Giuria

di Giulia Marras

fonte immagine: mymovies.it

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Bernardo Bertolucci, in questi giorni di nuovo sulle pagine dei giornali per le affermazioni e le scuse verso l’attrice Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi quasi costretta e forzata per la celebre scena del “burro” , in qualità  di presidente della Giuria Ufficiale di Venezia 70 ha premiato al Concorso del Lido ben due film sulla violenza in famiglia, sulle donne specificamente. Premi che non giungono neanche troppo sorprendenti, in un periodo in cui il femminicidio è un argomento altamente aperto e discusso, a partire dal decreto-legge all’interno del pacchetto “sicurezza” del governo Letta, entrato in vigore il 17 Agosto.

Violenza in famiglia significa solitudine e chiusura all’esterno. Falsa serenità, falsi sorrisi. Celebrazioni forzate, paci illusorie. Porte (Miss Violence) e capitoli (La moglie del poliziotto) che si chiudono inesorabilmente come luoghi ed eventi a se stanti, rifugi non dal dolore, ma del dolore, in cui non si riesce a scappare, se non con la morte.

Miss Violence, diretto dal greco Alexandros Avranas, si apre con la morte: il suicidio di Angeliki durante la festa in famiglia per il suo undicesimo compleanno, con uno sguardo e un sorriso rivolti  direttamente alla macchina da presa, e poi giù, dal balcone. Rapporti di parentela, all’inizio non chiari e confusi, rivelano più tardi la sottomissione della moglie, della figlia più grande con due figli a carico, e infine quella più piccola (dopo il suicidio della terza), alla figura del patriarca, interpretato da Themis Panou, premiato per la miglior interpretazione maschile con la Coppa Volpi.

Un padre, un unico potere, unica patria (la Grecia), che aliena la famiglia, la educa (con metodi “sperimentali”),  la maltratta ma non la tradisce. Neanche i servizi sociali potranno violare la loro fredda intimità, e la morte deve essere dimenticata, quasi ignorata, per ritornare alla normalità. Normalità che non esiste, come non esiste la stabilità economica (ancora in un inquietante parallelismo con la situazione finanziaria greca). I rapporti quindi incomprensibili portano nel corso del film a un disvelamento totale della deviazione e della disperazione nascoste, con un finale immoralmente liberatorio.

Per chi ha già visto Dogtooth o Alps di Yorgos Lanthimos, Miss Violence non sarà che una ripresa dello stesso stile visivo essenziale, e per questo più traumaticamente incisivo, e della stessa malattia greca: lo straniamento dal mondo esterno, e la violenza interna che ne deriva. Il simbolo della porta chiusa nel film di Avranas esplica il doppio movimento: “in questa casa non si nasconde niente” è l’affermazione del padre/nonno, nel momento in cui scardina la porta della cameretta della figlia adolescente, mentre il resto è tenuto al sicuro e al riparo da occhi indiscreti da porte che si chiudono continuamente.

E’ notizia di pochi giorni che Miss Violence ha, incredibilmente, trovato una distribuzione italiana grazie a Eyemoon Pictures, anche se non si conosce ancora per certa la data di uscita.

fonte immagine: comingsoon.it

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Chi difficilmente troverà posto nelle sale italiane è Philip Gröning, il regista del monastico Il Grande silenzio, con il suo Die Frau des Polizisten. Come delle porte che si chiudono oscurando determinate scene, qua i 59 capitoli, distribuiti nei 175 minuti del film, iniziano e finiscono con rispettivi cartelli/didascalie che interrompono gli eventi ma ne scandiscono la reale quotidianità, così come i momenti mostrati non subiscono tagli, né hanno alcuna colonna sonora.

La dolcezza del rapporto madre/figlia si alterna a quello dipendente ma inaspettatamente violento tra marito e moglie; la delicatezza della narrazione si affianca alla durezza e alla crudezza della visione, soffermandosi sugli ematomi del corpo e delle relazioni, per un finale che si imprime per sempre sul cuore dello spettatore. Forse non uscirà a breve, ma è importantissimo che la Mostra di Venezia abbia dato il giusto riconoscimento a un film così lontano dal resto di ciò che si è visto in concorso.

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