Le nuove frontiere del marketing

Le differenze tra marketing “tradizionale” e social? Sono cinque. E sono fondamentali

di Alessia Signorelli
@lasignorelli

fonte immagine: fly4change.com

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In un recente articolo pubblicato nel suo blog personale, Colleen Dilenschneider, giovane esperta di marketing e sviluppo, ha spiegato quali sono le differenze più evidenti tra un tipo di marketing e comunicazione più tradizionali, basati cioè sui metodi di diffusione e disseminazione più classici (radio, tv, carta stampata etc.) e quelli che si avvalgono delle nuove tecnologie social, da Facebook a Twitter, fino ai website specializzati dove gli utenti possono, oltre che raccogliere informazioni, contribuire lasciando commenti, recensioni, idee.

È l’epoca del social, bellezza. E se il social è la nuova frontiera delle relazioni pubbliche e della diffusione e commercializzazione di un brand, di un’idea è perché, secondo l’analisi fatta dalla Dilenschneider, ci sono cinque punti essenziali che segnano il divario tra i “vecchi metodi” di comunicazione aziendale e la piattaforma web. Per Colleen Dilenschneider, i social media non sono solo pubblicità ma tutto un altro paio di maniche, influenzano il comportamento del mercato in maniera sproporzionata, comportano una evoluzione continua di tecnologie e piattaforme, le organizzazioni – per avere successo – devono essere attive online (perché gli utenti vogliono saperne di più sul brand o organizzazione che supportano e questo vale anche per quelle no-profit) e, infine, un social media è attivo ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette.

A supporto di quest’ultimo punto, è la stessa Dilenschneider a citare un’ indagine, la State of the media: social media report 2012, condotta dalla Nielsen secondo cui “il 42% degli individui che usano i social media, si aspettano di ricevere una risposta alle loro domande entro ventiquattro ore.” E poi c’è la reputazione. Secondo la Dilenschneider, i social media aiutano a costruire quella che l’autrice definisce “reputazione” e che non è altro che un insieme di “percezioni”. La reputazione social di un’organizzazione, di un brand si costruisce proprio a partire dal suo grado di presenza, attività e capacità di gestione del proprio canale social su internet.

La società è cambiata e le necessità di chi la compone pure.

L’avvento del social ha modificato profondamente non solo il modo di comunicare, ma anche il rapporto che le “persone comuni” hanno con le istituzioni, con i marchi, con le organizzazioni. Il divario tra chi è “dentro” e chi è “fuori” si è andato assottigliando sempre di più, fino ad arrivare ad un ritorno – per quanto tecnologico – del più antico passaparola. Ecco perché, analizzando il post nel blog di Colleen Dilenschneider, si coglie il senso di “irreversibilità” al quale siamo giunti per quanto concerne il marketing e l’utilizzo delle piattaforme social e dei siti web.

Quei muri, per quanto fittizi, che separavano, chi prendeva le decisioni per lanciare un prodotto, per farsi pubblicità o per rendersi più “appetibile” (ad esempio, un museo desideroso di attirare più pubblico o una tipologia nuova di utenza) e chi le “subiva” sono oramai caduti – sebbene virtualmente. Oramai, chiunque voglia “farsi pubblicità”, sia esso un piccolo produttore o un grande marchio, non può certo ignorare la potenza del web e, ancora di più, della popolazione che lo compone.

Cambiano i modi di comunicare e si assiste ad un ribaltamento dei “poteri”: cibo per sociologi, e non solo.

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