Terramatta – Il Novecento italiano di Vincenzo Rabito, analfabeta siciliano

Al Nuovo Cinema Aquila il 10, 11 e 12 giugno Cinecittà-Luce ha rilanciato al pubblico la proiezione del documentario Terramatta, diretto da Costanza Quatriglio e ispirato all’omonimo libro di memorie di Vincenzo Rabito

di Isadora Casadonte

fonte immagine:progettoterramatta.it

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Corrado Alvaro scriveva: “Non si intende l’Italia se non si capisce l’Italia meridionale”.

Vincenzo Rabito l’Italia dei suoi anni ce la fa intendere bene, lui, contadino semianalfabeta di Chiaromonte Gulfi in provincia di Ragusa, che con una “lingua inventata” traccia un affresco della sua Sicilia e di tanta parte di quel Paese che ha vissuto in tempi di pace, guerra e ricostruzione.

Il libro di memorie Terra matta nasce dall’impulso di un uomo che, pur essendo semianalfabeta decide di munirsi di una Olivetti e dare vita giorno dopo giorno ad un monumentale dattiloscritto che documenti la sua storia tormentata. Le pagine, scritte né in italiano né in dialetto siciliano, arrivano a diventare 1027: ogni parola è inspiegabilmente accompagnata da un punto e virgola e le frasi si susseguono una dopo l’altra senza interlinea.

Vincenzo Rabito non ha mai parlato a nessuno della sua opera. Sarà il figlio Giovanni, anni dopo la morte del padre, a ritrovare il dattiloscritto e ad inviarlo nel 1999 all’Archivio Diaristico Nazionale (dove ora è custodito). Nel 2000 l’opera vince il Premio Pieve e nel 2007 diventa un libro: Terra matta.

Prodotto da Chiara Ottaviano, con la coproduzione di Cinecittà-Luce, il contributo di Stefilm International e la collaborazione della Sicilia Film Commission, Terramatta assume poi la forma di documentario, per la regia di Costanza Quatriglio.

A stagliarsi sullo schermo è la vita << maletratata e molto travagliata e molto desprezata >> di Vincenzo Rabito, che riesce con le sue memorie a ricostruire la storia italiana durante gli anni della Grande Guerra, dell’espansione coloniale in Africa, della Germania bombardata e dell’Italia del dopoguerra tra boom economico e movimento sessantottino. Tutto dal punto di vista di un contadino siciliano che durante le due guerre ha combattuto e che ha impegnato il resto della sua vita in un lavoro perpetuo ed estenuante per garantire un’istruzione ai figli.

fonte immagine:rbcasting.com

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Costanza Quatriglio ha portato sullo schermo la vita dello scrittore siciliano ricostruendo il periodo storico con immagini d’epoca dell’Istituto Luce e avvalendosi della partecipazione dei figli di Rabito, per arricchire il film con i loro racconti e con la loro preziosa guida nei luoghi delle memorie paterne, ormai mutati dal tempo.

La storia siciliana di Rabito ci racconta l’Italia intera perché descrive con impareggiabile semplicità e immediatezza il sentire comune della sua epoca. Commovente è la sua prima chiamata alle armi nel 1915, quando a soli 16 anni entra nel reparto zappatori, i responsabili della sepoltura dei cadaveri, le cui bestemmie nei mille dialetti italiani diventano l’unico conforto che però non impedisce loro di tremare <<come la terra e la foglia>> e di diventare con il tempo <<macellai di carne umana>>.

Il fascismo porta con sé il tesseramento obbligatorio per chi come Rabito avesse voluto un lavoro, stesso motivo per cui durante il biennio rosso il contadino diventerà comunista.

Al contesto storico, che continua a delinearsi a chiare tinte grazie alle ruvide parole di Rabito sulla presenza italiana in Africa e sul secondo conflitto mondiale (che lo vede di nuovo impugnare le armi con tormento), si accostano le confidenze private di un uomo che ha lavorato duramente fin da bambino: per portare a casa i soldi dopo la morte del padre prima e per garantire un’istruzione ai suoi figli poi, riuscendo finalmente a conquistare l’attestato di quinta elementare arrivato all’età di 30 anni.

Una storia di speranza nel futuro quella di Rabito, che guarda con inestimabile orgoglio ai figli laureati rivolgendo la mente ai loro anni a venire, in un’Italia ormai in pace eppure resa caotica dalla fucina di cambiamenti politici e sociali degli anni 50 e 60 e dalla diffusione di quel calamitico strumento che è la televisione…

Terramatta è un fiume di parole imperfette ma profondamente umane che nella trasposizione cinematografica di Costanza Quatriglio sono state decorate con il Nastro d’Argento

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