“E pensare che eravamo comunisti” in scena al Teatro dell’Angelo

Crisi di coppia, crisi di governo, crisi di mezza età. A Roma una commedia per riflettere con ironia e comicità sulla precarietà di questi tempi

di Alessia Carlozzo
@acarlozzo

pensare_comunisti

Anno 2008. Il PD è il fenomeno politico del momento. Il Governo Prodi è appena caduto e le elezioni sono dietro l’angolo.

La crisi politica si abbatte inesorabilmente anche su una famiglia storicamente di sinistra. I protagonisti della commedia “E pensare che eravamo comunisti”, scritta diretta e interpretata da Roberto D’Alessandro, sono infatti una coppia di affermati professionisti, Rinaldo e Giulia, che si sono innamorati durante gli scontri degli anni Settanta.

Lei continua a militare attivamente in Rifondazione Comunista, lui da Democrazia Proletaria a piccoli passi si è ritrovato nel nascente Partito Democratico. Partiti diversi ma ideali, malgrado tutto, identici con i quali hanno “tirato su” i due figli Nilde, pittrice in erba autrice delle innumerevoli tele invendute e appese sui muri di casa, ed Enrico giovane ventenne con un solo pensiero in testa: Marina la sua ragazza.

Poi improvvisamente la “pugnalata” inaspettata, a cena Enrico comunica l’incomunicabile: per far felice il padre della fidanzata, avvocato di grido della Capitale, decide di candidarsi con il partito di Storace.

Per Giulia è un colpo troppo forte da attutire. Lei di sinistra, proveniente da una famiglia di comunisti, non può accettare una simile decisione. Caccia di casa il figlio e il marito, reo di averlo sostenuto e con il quale l’amore si era già da tempo raffreddato.

Di cornice alla crisi in casa, troviamo l’arrivo imprevisto e “piccante” della zia Maria, sorella di Rinaldo calabrese verace e incontenibile in crisi anche lei con il marito. Elemento “fuori dal coro” sia per linguaggio, comicissime le sue gag in cosentino stretto, sia per orientamento politico “Io sono credente e democristiana da sempre.

Non manca il domestico magrebino comandato a bacchetta da Giulia, laureato in filosofia (laurea a suo dire totalmente inutile in Italia, come dargli torto) e appassionato lettore negli intermezzi della commedia di stralci de Il Capitale.

E pensare che eravamo comunisti” malgrado sia un testo portato in scena per la prima volta nel 2008 rimane pressoché estremamente attuale. All’epoca nasceva il PD oggi, mentre è in scena fino al 26 maggio al Teatro dell’Angelo, si assiste alla crisi evidente dello stesso partito e al risultato deludente ottenuto durante l’ultima campagna elettorale.

I temi affrontanti sono poi degli evergreen validi allora come oggi. La storia infatti racconta in chiave comica, ma con un sottile retrogusto amaro, una chiara disintegrazione di un modo di vivere e fare politica che non c’è più. Quegli ideali che avevano unito e appassionato i giovani Rinaldo e Giulia si sono inevitabilmente persi nella piaghe di un sistema sempre più proiettato verso un consumismo sfrenato.

Loro stessi ne sono una chiara immagine stereotipata. Giulia tailleur impeccabile e alla moda ma con L’Unità sotto il braccio. Un attico ai Parioli e un domestico tuttofare. Meno combattenti e più chic.

E quelle etichette nelle quali venivano prima definite le persone intorno a loro come “comunisti” o “fascisti” appaiono oggi svuotate di qualunque connotazione come ben evidenzia, in un dialogo madre-figlia, la giovane Nilde. Nessuna differenza oggi tra destra e sinistra ormai. Ogni ideale è crollato e i sogni di rivoluzione e cambiamento si sono infranti contro la barriera del precariato che caratterizza sempre più questi anni.

Una crisi della società che porta a una crisi ben più profonda, quella dell’impegno politico o comunque della voglia di credere ancora in un progetto piuttosto che in una corrente. E il risultato che ne consegue non può che essere l’allontanamento di moltissimi giovani dalla politica, vissuta sia attivamente che passivamente. Giovani come Nilde, per i quali “tutti sono uguali” e nessuno si salva.

E pensare che eravamo comunisti” affronta così nel salotto di casa, così simile al set di una sit com, temi forti e vicini alla quotidianità di ogni spettatore attraverso l’arma più forte: la comicità e la risata che ne consegue.

Un approccio leggero per raccontare, forse calcando a tratti la mano, storie quotidiane e realtà comuni. La crisi di una famiglia come specchio di una società che deve inevitabilmente fare i conti con il peso del passato e l’incertezza del presente.

E pensare che eravamo comunisti

Teatro dell’Angelo, Via Simone de Saint Bon 19 Roma

fino al 26 maggio

info: 06.37513571 / 06.37514258

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