L’anno di Napolitano

Dalla nomina di Monti allo stallo politico del 2013: il capo dello Stato e l’extra-politica

di Samuele Sassu

napolivecioEssere capo dello Stato in un Paese come l’Italia è più difficile rispetto ad altre nazioni. È repentino il passaggio da istituzione primaria di rappresentanza ad attore protagonista della politica nelle situazioni di crisi. Napolitano, ormai meglio conosciuto come Re Giorgio, da circa un anno e mezzo ha assunto proprio quest’ultimo ruolo.

Cade un governo, lui ne fa nascere uno non-politico per evitare che l’Italia crolli nel precipizio. Tuttavia, dopo un anno di tecnici scelti, le condizioni economiche non migliorano. Pertanto, scioglie le Camere, anticipa la data delle elezioni e invita le forze politiche a condurre una campagna elettorale moderata e costruttiva. Sconfessato anche stavolta da mesi di guerra e fango, in cui la sinistra con la vittoria in pugno si fa raggiungere dagli avversari e la legge elettorale più subdola che la storia della democrazia ricordi consegna al Paese uno stallo politico grave e sfiancante.

In tanti, nel novembre del 2011, hanno “ringraziato” il presidente della Repubblica per aver deciso di mettere fine all’ennesimo governo della menzogna e dell’inganno targato Berlusconi. Napolitano convince i partiti più importanti e gran parte del popolo che Mario Monti e i suoi tecnici sono la mossa giusta da fare. Le Camere, con la maggioranza più vasta e insolita di sempre, votano la fiducia al nuovo governo che avrà il compito di affrontare e superare l’emergenza. Spread, disoccupazione, Pil, crescita, evasione fiscale le sfide più importanti. Indispensabile, secondo Napolitano, recuperare la fiducia degli investitori e delle istituzioni europee.

Per un anno intero, Re Giorgio vigila sull’azione del governo, non mette mai il bastone tra le ruote, il suo monito alle forze politiche è non tendere imboscate. Monti va avanti a testa alta, sempre tutelato dal capo dello Stato, il governo prosegue con la maggioranza che sempre si lamenta, ma alla fine approva. Poco prima di Natale, tuttavia, i partiti sono pronti a lanciarsi nella corsa per accaparrarsi il governo del Paese, l’esecutivo del Professore è inviso al popolo e il Quirinale deve prenderne atto. Una “conclusione prevista e segnata dai fatti”, come commenta Napolitano. Camere sciolte anzitempo e firma sul decreto che fissa le elezioni anticipate al 24 e al 25 febbraio 2013.

Dopo una campagna elettorale agghiacciante e di bassa lega, il risultato è il peggiore in assoluto. Nessun vincitore, Senato bloccato, manifesta impossibilità di mettere in piedi una parvenza di governo. Napolitano lascia un contentino a Bersani, il segretario del Pd che ha “non-vinto”: ha un paio di settimane di tempo per tentare di mettere in piedi un nuovo esecutivo. Le prova tutte, ma ben presto torna dal capo con la coda tra le gambe ad ammettere che non c’è alcuna condizione per farlo.

Napolitano, forse, pensa a quel novembre di un anno fa, quando ha tolto l’Italia dalle mani unte di Berlusconi. Che cosa sarebbe successo se già da quel momento fossero state indette nuove elezioni? Magari adesso ci sarebbe stata una sinistra più forte al governo. È anche vero, però, che il suo eventuale intervento non avrebbe rispettato totalmente la Costituzione: essa, infatti, sostiene che non si può sciogliere un Parlamento ancora in grado di dare la fiducia a un governo.

Lo si potrebbe etichettare come il presidente della Repubblica che più ha dato risalto all’extra-politica. Nel 2011 Monti e i suoi tecnici. Nel 2013, i dieci saggi con il compito di favorire un accordo politico per formare un governo. Re Giorgio assicura che non c’è alcun tentativo di esautorare il Parlamento eletto. Casomai, un diversivo per non dare vita a un “governicchio” inutile. Chissà se avrà ragione, stavolta. Di certo, nemmeno stavolta potrà sciogliere le Camere, poiché in pieno semestre bianco.

Ricorda il 1976. Anche allora, l’Italia viveva una grave crisi economica, con inflazione e situazione finanziaria fuori controllo a costituire le principali minacce. E anche allora le elezioni non sancivano alcun vincitore. Napolitano è convinto che il mondo politico abbia di fronte lo stesso scenario e, per superarlo, occorre unire le forze. Il Pd e Bersani sono quindi avvisati, anche se il segretario commenta ironico: “All’epoca, uno governava e l’altro consentiva”. Trentasette anni più tardi, le cose sono proprio cambiate.

(fonte immagine:  http://www.civiltalaica.it)

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