I partiti giocano alle tre carte

I partiti, gli interessi e le manovre poco cristalline che paralizzano il Paese: è l’irresponsabilità tricolore

 

di Adalgisa Marrocco

facetofaceUn passo avanti e due indietro per i partiti. Questo ballo si chiama stallo. Il fantasma delle larghe intese, un capo dello Stato da eleggere ed un Parlamento che, nato da più di un mese, paradossalmente ancora non dà segni di vita: ecco i sintomi del nostrano immobilismo politico.

Una paralisi riconducibile ad un’unica causa, a quella voglia di tenere aperte tutte le possibilità, in attesa di conoscere quale sará (se ci sará) il prossimo governo. Intanto, l’esecutivo Monti, ancora in carica per l’ordinaria amminastrazione, è costituzionalmente impossibilitato a supplire alle mancanze politiche.

Una situazione criticissima, la cui chiave di volta è legata all’elezione del presidente della Repubblica. Ma se, come già detto, la scelta del nuovo inquilino del Quirinale è a sua volta dipendente dalla volontà dei partiti, ecco che ci si ritrova in un vicolo cieco ad ambo i lati.

L’unico ad essersi svincolato dalle responsabilità dello stallo è il M5S. Tiratisi fuori dal giochetto delle alleanze, per ignavia o per coerenza, i grillini sembrano quelli destinati a perderci meno.

Da par sua, il Pdl si conferma sempre meno credibile nelle sedicenti vesti di partito della gente, con Berlusconi più che mai fulcro del “programma” da realizzare. Pur avendo già dato il via ad una nuova campagna elettorale, il centro-destra non ha, almeno per ora, assi nella manica in grado di calamitare elettori. Checché ne dicano i sondaggi, la gente è stanca del vecchiume ed i pidiellini, politicamente parlando, sono Matusalemme.

Sulla sponda opposta, il PD deflagra lentamente. Mentre Matteo Renzi ed il ministro tecnico Barca organizzano una sfida a due per la nomina dell’homo novus del centro-sinistra, Nichi Vendola auspica la nascita di una maxi-entità politica progressista. Ma la realtà è un’altra e forte è l’odore di scissione.

Bersani prosegue ostinato nel dire ‘no’ alle larghe intese. Una scelta più determinata dall’esigenza di mettere in salvo i rimasugli del consenso, che da una reale difesa degli ideali.

Insomma, tutti hanno voglia d’inciucio, ma qualcuno fa fatica ad esplicitarla. Se c’è qualcuno a cui invece la faccia tosta del politicante proprio non manca, quello è sempre il Cavaliere.

Berlusconi avverte il rischio delle possibili conseguenze di un non-accordo, soprattutto in sede di elezione del successore di Napolitano. Se le larghe intese non si concretizzeranno, le prime tre votazioni (necessitanti la maggioranza dei due terzi) andrebbero a vuoto, ma la quarta (per cui è richiesta solo la maggioranza semplice) potrebbe vedere la convergenza di democratici e 5stelle su un nome non gradito al Pdl.

In tal caso, il Cavaliere potrebbe scegliere di gettare una bomba tra le fila del centro-sinistra, votando Giorgio Napolitano.

Tutti continuano a scommettere al gioco delle tre carte, in mezzo alle macerie di un Paese bombardato. Nessuno capisce la necessità di ricostruzione.

(Fonte immagine: www.today.it)

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