7 Progetti per Frieze New York 2013

Annunciato il programma di Frieze Projects: 5 artisti visuali, uno scrittore e un omaggio al cibo e all’arte (di vivere)

di Alessia Signorelli (@signorellialexa)

fonte immagine: artinamericamagazine.com

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Dal 10 al 13 maggio, New York, o meglio Randall’s Island (Manhattan) ospiterà Frieze Art Fair New York, una tra le poche fiere al mondo che non si occupa solo di arte contemporanea, ma anche, cosa assai più rara, di artisti ancora in vita; oltre ad ospitare 180 tra le più importanti/influenti gallerie d’arte contemporanea di tutto il mondo, Frieze Art Fair New York (simile alla sua “cugina” inglese, Frieze London) presenta Frieze Projects, giunto alla sua seconda edizione: un “calderone” di creatività che mescola arte, letteratura e memorie storiche della vita della Grande Mela.

Quest’anno, Frieze Projects ha voluto giocare con due elementi caratterizzanti la fiera: la struttura fisica del tendone faraonico che la ospita e la lussureggiante vegetazione di Randall’s Island; da qui, poi, sono partiti i progetti di Liz Glynn, Maria Loboda, Mateo Tannat, Andra Ursuta e Marianne Vitale.

Cecilia Alemani, “dea” ex-machina di Frieze e committente dei progetti, ha richiesto agli artisti partecipanti di giocare anche con le abitudini di tutti i giorni e i rituali dei visitatori della fiera stessa.

E così, ecco che Liz Glynn, un’artista che utilizza materiali “poveri” quali legno e cartone per creare strutture su larga scala, si serve dello scheletro del tendone della fiera per omaggiare la memoria storia di New York raccontando, a modo suo, il proibizionismo dei tempi in cui infuriava il charleston e i gangsters uscivano con le flapper girls più sopraffine, nascondendovi uno speakeasy, cioè una rivendita clandestina di alcool, sapientemente celata da una porta: una volta dentro, baristi – giocolieri delizieranno il pubblico con cocktails e numeri di magia.

Più “sottile” e forse più affascinante il progetto di Andra Ursuta, artista di origine rumena, sicuramente tra le più interessanti “nuove proposte” del panorama artistico mondiale, impegnata nell’analisi e ricerca della e nell’identità femminile fondendola con gli elementi della tradizione folk lorica della sua terra d’origine. La Ursuta parte da un ragionamento a modo suo semplice, ma pregnante: la mancanza, nelle fiere d’arte contemporanea, di un luogo dove l’arte va a morire; ecco quindi la creazione di un cimitero dell’arte, fatto di lastre di marmo disseminate nel verde ed idilliaco paesaggio di Randall’s Island. Anche l’arte merita un “aldilà” tutto suo: un luogo di culto che restituisca una certa longevità all’effimero del contemporaneo.

Ma anche i visitatori diventano protagonisti, grazie ai lavori di Mateo Tannat che, utilizzando le sue sculture come palchi ideali, dove si svolgono performances e azioni teatrali, coinvolgerà il pubblico (spesso timido e riluttante; perché un conto è aggirarsi per la fiera, mantenendo un certo distacco, un altro è trovarsi coinvolti attivamente all’interno dell’arte contemporanea), invitandolo a prendere parte all’azione. Un modo per riflettere sull’effettivo utilizzo della scultura pubblica, portando il “monumentale nella quotidianità”.

Per Marianne Vitale, invece, saranno le banderuole (proprio così), le protagoniste della sua istallazione. Banderuole del diciannovesimo secolo, però! Frutto di anonimi artisti, “nobilitate” dalla storia, ma qui bistrattate e spogliate del loro ruolo dall’artista, che le spargerà per la fiera, come dispettosi folletti in ferro battuto, capaci di disturbare le certezze meterologiche dei visitatori.

Ma come non rendere protagonista anche il già citato verde di Randall’s Island, smontandolo, però, e riassemblandolo secondo analitici criteri artistici? A far questo, ci pensa Maria Loboda, interessata all’incontro/scontro tra sistemi di comunicazione e codici di linguaggio,  che, mettendo insieme i pattern di un antico modello decorativo per interni dell’Europa del Diciannovesimo secolo, lo trasferisce sulla vegetazione del parco, attraverso il color-coding, in una decisa sottolineatura del rapporto tra interno ed esterno e tra la condizione bi e tridimensionale.

Durante la scorsa edizione, il Frieze Projects ha inaugurato  “Frieze Story”: una piattaforma tutta nuova, dedicata agli scrittori, invitati a creare una narrazione breve che “aleggi” e inglobi la speciale location della fiera. Rick Moody, partecipante della scorsa edizione, passa il testimone a Ben Marcus, professore associato alla Columbia University ed autore di svariati racconti e romanzi brevi.

Ma New York è New York, e quindi, come nella sua migliore tradizione, omaggerà quegli elementi che l’hanno resa “lei”. Quest’anno sarà lo storico ristorante Food, fondato nel 1971, “covo” di buon cibo e di energie sociali e creative. L’anno scorso era toccato a Fashion Moda, con un’opera di John Aheran. Quest’anno, “Food” alla Frieze New York, vedrà, ogni giorno, un artista diverso tramutarsi in cuoco e lo spazio diventare centro conviviale di cucina e discussioni sulla creazione, l’ispirazione e la produzione artistica.

E allora, il 10 maggio, se sarete a New York, un salto alla Frieze Art Fair, è vivamente consigliato.

 

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