Mali, Hollande isola la Francia?

L’operazione “Serval” è diventata una vera guerra e sono timide le risposte dall’UE

di Sara Gullace

Militari francesi attorno ad un aereo da combattimento (Fonte immagine: Andrea Velluto/flickr.com)

Militari francesi attorno ad un aereo da combattimento (Fonte immagine: Andrea Velluto/flickr.com)

Continua a ripetere di non sentirsi sola ma la Francia, in realtà, credeva di trovarsi in maggiore, e migliore, compagnia.

L’interventismo nella guerra in Mali ha riscosso un consenso formale ed una partecipazione freddina da parte dei paesi dell’Unione Europea: non ha sollevato critiche ufficiali, è vero, ma non ha generato quella partecipazione che s’aspettavano oltralpe.

Solo il Belgio ha inviato una truppa di 70 uomini in Mali, mentre Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Italia e Spagna hanno promesso aerei e mezzi di trasporto ma hanno preso le distanze da una partecipazione militare diretta. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Stati Uniti e Canada.  In realtà, non c’è stata una chiusura totale e generale sul fronte militare: secondo Catherine Ashton, rappresentante UE: “sono molti i Paesi che hanno offerto sostegno logistico alla Francia, non escludendo nemmeno quello militare“. Spiragli molto sottili per il futuro.

In Africa, quindi, hanno combattuto e combatteranno francesi, maliani e gli eserciti della Comunità Economica degli Stati d’Africa Occidentale (Cédéao), organizzati nella Missione Internazione di sostegno al Mali (MISMA). Quest’ultima è stata decisa nel 2012 dalla convenzione 2085 dell’ONU, che impegnava i suoi Paesi a rispondere alla richiesta del governo maliano con un intervento europeo in termini quasi esclusivamente logistici.

La Francia, invece, ha preso l’iniziativa e lo scorso 11 gennaio, dopo mesi di trattative e negoziati, ha dato il via alla ormai conosciuta operazione “Serval”  per un aiuto militare e logistico alle forze del governo maliano di Touré che deve fronteggiare, ormai da mesi, la presenza di salafiti legati ad Al-Qaeda e di narcotrafficanti Tuareg.

Hollande si è subito deciso per un ingente invio di forze: in dieci giorni sono arrivati nella capitale Bamako oltre 2.000 uomini, insediatisi progressivamente nelle strategiche città di Sevaré, Niono e Makalà, ritenute punti nevralgici per organizzare l’attacco. Prima con raid aerei, successivamente con battaglie via terra e veri e propri corpo a corpo, maliani e francesi hanno strappato agli integralisti le città di Konna, Diabali e Douentza.

Le operazioni hanno presto contato oltre un centinaio di morti ma, al tempo stesso, suscitato il consenso delle popolazioni locali che, afflitte dalla violenza dei jihadisti e costrette all’abbandono delle proprie case in cerca di rifugio, hanno salutato le truppe francesi con “Vive la France!“.

Per il Presidente della Repubblica Hollande si tratta “di un intervento rivolto esclusivamente a ridare al Mali la propria integrità nazionale a fronte della minaccia integralista“. Nessuna mira espansionistica, quindi, su quella che è stata colonia francese fino al 1960. “Non abbiamo nessun interesse – ha specificato il Presidente – di tipo territoriale o economico: vogliamo solo aiutare un Paese debole e amico“.

La posizione più volte dichiarata negli ultimi giorni è quella d rimanere in Africa fino a pericolo debellato e fino a che “le forze della Misma non siano in grado di sostituirci con piena autonomia” ha spiegato il ministro degli Esteri Fabius.

Per il ministro della Difesa, Le Drien, l’immediatezza dell’intervento è stata “necessaria per la sopravvivenza dello stesso Mali. Altrimenti – ha spiegato – sarebbe già stato annientato“.

Attualmente i jihadisti appaiono in ritirata mentre gli eserciti avanzano verso nord, in attesa che si concretizzi il passaggio di consegne tra le forze francesi e quelle della Cédéao. Fino al passato lunedì, erano stati inviati 1.000 uomini da Niger, Ghana, Senegal, Burkina Faso, Guinea, Benin, Costa d’Avorio, Chad e Togo, guidati dalla Nigeria del generale Sheu Addulkadir. Entro il prossimo 26 gennaio  dovrebbero diventare quasi 6.000 unità, così come promesso dall’organizzazione. Sembra difficile che la promessa possa essere mantenuta in termini così brevi e questo non fa che dare adito ai dubbi sulle modalità dell”intervento francese in Africa.

La Commissione Cédéao ha stimato una spesa di 375 milioni di euro chiedendo urgente finanziamento all’UE che si è impegnata, al momento, per 50 milioni. Un altro fronte sul quale interverrà l’Unione è quello dell’addestramento dell’esercito maliano, che da metà febbraio prevede l’impiego di  circa 200 istruttori, più altro personale, per un totale di circa 450 persone e un costo di 12,3 milioni di euro. La durata del mandato è fissata per ora a 15 mesi.

L’Italia, ha specificato Terzi, provvederà con una quindicina di militari, che potranno essere al massimo 24.

Quella che per Le Drien è una guerra antiterrorismo e, quindi, di tutti, sembra non aver convinto fino in fondo nelle sue motivazioni. Preso atto della situazione, a Parigi le reazioni sono state diverse. La sinistra non ha gradito il mancato appoggio dell’UE. Le critiche di Le Roux e Boutih sono rivolte soprattutto a Gran Bretagna e Germania, accusate di “indebolire la solidarietà in Europa e rendere i patti di difesa una chimera“.

L’opposizione, invece, individua nell’atteggiamento della stessa Francia le ragioni di un isolamento molto grave, fatto di scelte passate non volte a costruire una coalizione di difesa . Proprio su questo punto destra e sinistra concordano, criticando un intervento così poco programmato, deciso dal Presidente ma non votato dal Parlamento e non inserito in un mandato internazionale preciso. E qui risiederebbe l’origine dell’isolamento.

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