“Non si può più dire niente?”: un libro per riflettere su politicamente corretto e cancel culture

Da UTET un volume corale che inquadra temi spinosi dell’attualità nell’unica maniera possibile: incoraggiando il confronto e l’apertura alla complessità.

Forse è doverosa una premessa: i social media e internet in generale hanno permesso una presa di parola ad ampio raggio che prima era pressoché inimmaginabile. Abbiamo sempre tutti qualcosa da dire e da condividere: si può potenzialmente dire tutto ciò che si vuole e (potenzialmente) lo si dice a tutti. Le reazioni a qualunque esternazione sono quindi esponenzialmente maggiori e ciò che la comunità evidenzia e sanziona come scorretto ci dà un’idea del peso che ha (ri)acquisito la riflessione sul linguaggio.

Purtroppo oggi uno dei difetti dei media digitali è la tendenza a decontestualizzare la questione oggetto di dibattito, e anche una certa memoria a breve termine: determinate discussioni finiscono per essere dimenticate in fretta, soppiantate rapidamente da altre. Si cancella il tempo di sedimentazione e analisi approfondita delle questioni. Ci potremmo chiedere se sia questa la “cancel culture” di cui tanto si parla. Ma non è così. “Cancel culture” e “politicamente corretto” sono espressioni che da un po’ di tempo a questa parte popolano discorsi e dibattiti, suscitando querelle o veri e propri scontri.

In questo senso, il libro “Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture” pubblicato da UTET ha il merito di aver accolto in un unico “luogo” quattordici punti di vista sulla questione, quattordici persone che affrontano l’argomento sulla base delle loro competenze e specialità, mostrando la complessità di temi spesso portati al petto come superficiali slogan.

Ultimamente, tanto nei dibattiti televisivi quanto nelle dispute social, tende a prevalere una modalità di confronto che oppone una posizione all’altra riguardo a un determinato tema senza che sia possibile indagarne la profondità e il contesto (o i contesti) di riferimento. Ci sembra proprio che i quattordici interventi del libro non facciano altro che questo: indagare argomenti e contesti, stimolando la riflessione e il (sano) dibattito. Gli approcci sono tutti diversi e i punti di vista talora opposti. Eppure convivono in un libro, in uno spazio in cui si prende la parola per un determinato tempo, parola che poi sarà letta. Il lavoro del lettore è al tempo stesso importante e difficile: farsi strada tra concetti e nozioni messi in gioco da punti di vista diversi.

Può sembrare un difetto del libro, mettere uno dopo l’altro diversi contributi senza una sintesi che guidi il lettore e armonizzi il tutto. Il dibattito effettivamente nel libro non c’è. Non c’è un botta e risposta, un teatro di tifoserie: seppure si possano rintracciare echi e consonanze tra un articolo e l’altro, ognuno sviluppa uno spunto di riflessione, ognuno ci fornisce un quadro della situazione, da osservare e far sedimentare nella propria mente per poi provare a dialogarci.

È un libro che ci restituisce, anche nella forma, la complessità insita tanto nella realtà quanto nelle parole che ne rendono conto. Incoraggia quel tempo della comprensione, necessario prima della risposta, il tempo che recentemente ci viene sottratto dalla rapidità di funzionamento delle ragnatele virtuali a cui siamo appesi, dove spesso si postano contenuti poco (o non) elaborati allo scopo di rincorrere la velocità (caducità?) di un trend.

Come un prisma che scompone il fascio unico – accecante – di luce in uno spettro di colori, il libro diffrange gli assolutismi aprendo alle sfumature.
Matteo Bordone parla di shitstorm, l’ondata di indignazione che può colpire a seguito di una dichiarazione o di un gesto, una sorta di linciaggio virtuale che – come dicevamo poco fa – quasi sempre in pochi giorni si dissolve nel nulla.

Tra le tante dicotomie messe in piazza oggi, Elisa Cuter ne recupera una ancora valida e reale, ossia quella tra capitale e lavoro, e con essa il concetto – latitante nel dibattito attuale – di sfruttamento. Federica D’Alessio tocca il tema delicato e rovente delle nozioni di sesso e genere, argomento che provoca spaccature anche all’interno dei mondi progressisti, come quello femminista, soprattutto laddove avviene una sovrapposizione tra i due termini e la discussione teorica vira alla contesa ideologica, abbandonando il piano epistemico di un confronto positivo.

Giulio D’Antona guarda invece alla comicità e al suo rapporto con la società a lei contemporanea, quindi all’attenzione alla sensibilità del pubblico, che cambia insieme alle epoche. Federico Falloppa offre una panoramica sulla storia dell’espressione inglese politically correct, sull’uso che ne è stato fatto in ambito accademico e politico e sul suo ingresso nel contesto italiano, fino all’accezione odierna. Liv Ferracchiati mostra le stranezze che la pratica del politicamente corretto può originare: fraintendimento, abuso (che va a braccetto con un certo pietismo con cui molti guardano al mondo), eccesso. Vera Gheno, partendo dal concetto – un po’ controverso – di “inclusività”, ci fa riflettere sull’evoluzione della lingua, che va di pari passo con l’evoluzione della società e con la presa di parola da parte di categorie a lungo “silenziate”.

Jennifer Guerra ci spiega come il politicamente corretto sia diventato un frame della destra e come sia necessario ricordare che le parole usate per nominare e rappresentare categorie marginalizzate abbiano effetti concreti sulla vita umana. A questo proposito, Christian Raimo affronta l’argomento a partire da un caso tipico del contesto (educativo e linguistico) italiano: tra classi differenziali e classi Lacio Drom, ripercorre storie di segregazione nostrane, evidenziando come le questioni linguistiche siano indissolubilmente intrecciate a quelle sociali.

Daniele Rielli torna polemicamente sulla wokeness e sui rischi delle sue derive fondamentaliste. Cinzia Sciuto pone attenzione sul concetto di identità e sull’equilibrio delicato con cui tale nozione sta in piedi sul filo dell’emancipazione: le politiche identitarie potrebbero paradossalmente confermare discriminazioni contro cui lottano e rafforzare retoriche che si contrappongono alla rottura dei pregiudizi. Neelam Srivastava indaga gesti come l’abbattimento/imbrattamento di statue, sottolineando come siano tutt’altro che atti di cancellazione della memoria: di fatto ampliano le informazioni relative al personaggio/evento rappresentato, rendendo il monumento un palinsesto, luogo di una riscrittura che possa sanare amnesie nei confronti di storie (soprattutto di colonialismo) che non si vogliono ricordare.

Laura Tonini guarda all’emergenza del politicamente corretto in ambito televisivo, avvertendoci del fatto che le grandi piattaforme muovono sempre da valutazioni più di tipo commerciale che ideologico/etico – l’imperativo del gradimento. A chiudere la carrellata, Raffaele Alberto Ventura e i suoi dieci nodi di riflessione sul politicamente corretto e sui mutamenti linguistici in atto, che ci ricordano ancora quanto parole e realtà (da sempre) si compenetrino e quanto linguaggio e politica (da sempre) si intreccino.

“Non si può più dire niente?” è verosimilmente la frase baluardo di chi non accetta che dietro le parole serve una elaborazione, un tempo di costruzione di un pensiero e una attenzione ai modi in cui tale pensiero sarà espresso. Il volume di UTET è un inno al confronto e alla complessità, dimensioni essenziali della comprensione della realtà e della costruzione di una visione comune.

Sara Concato

Matteo Bordone, Elisa Cuter, Federica D’Alessio, Giulio D’Antona, Federico Faloppa, Liv Ferracchiati, Vera Gheno, Jennifer Guerra, Christian Raimo, Daniele Rielli, Cinzia Sciuto, Neelam Srivastava, Laura Tonini, Raffaele Alberto Ventura
Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture
UTET
256 pagine
17 euro

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