La società del COVID e la mancanza di un’etica nella vita quotidiana

Il difficile rispetto delle regole nella vita quotidiana durante l’emergenza definisce la capacità di comprendere i comportamenti necessari da parte di una popolazione di individualità affetta da un individualismo incapace di etica

L’emergenza scaturita dalla pandemia di COVID-19, ignorata e allontanata durante la scorsa estate come qualcosa che non ci appartiene, perché l’estate è sinonimo di vacanze e spensieratezza, è tornata a ricordarci, appena si sono riaperte le scuole, nel mese di settembre, che invece appartiene a tutti. Non solo agli anziani che devono restare a casa “per tutelarsi” e per non gravare sulla società, come qualcuno suggerisce, dimenticando che è responsabilità di tutti tutelarli, magari differenziando le uscite delle diverse fasce d’età nell’arco della giornata.

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Piazza del Duomo a Milano durante i primi mesi del Covid-19. Fonte immagine: facebook.com/HRWrussian

Pensare che demandando la sofferenza ad altri si possa trovare una soluzione è sbagliato: bisogna saper riconoscere le cause della seconda emergenza nella sottocultura estiva delle discoteche senza controlli, fino al ruolo di una eventuale riapertura dei teatri in questo momento inutile scenario di tragedie non solo rappresentate. Con il familismo senza morale dei pranzi all’italiana, degli autobus pieni di studenti, di genitori che potrebbero benissimo lavorare in smart working per la maggior parte dei casi, ci stiamo trasformando in una società dove solo alcuni hanno diritti e altri solo doveri.

Far valere le regole eccezionali sempre sulle stesse categorie riduce gli over 65 a peso per la società. Se alcune fasce di popolazione più vulnerabili vengono colpite maggiormente, l’effetto sarà sempre più deleterio per queste categorie. Le misure restrittive contribuiranno non solo a moltiplicarne i fattori di stress ma anche a renderle bersaglio più a lungo nel tempo, creando un pericoloso spacco generazionale, oltre a ricadute che sfociano in manifestazioni violente e piazze invase da giovani teppisti.

Eppure l’emergenza porta a una strana commistione tra effetti negativi e positivi, come ad esempio la riduzione dell’inquinamento ambientale e la possibilità di avere a disposizione più tempo di condivisione in famiglia, che oggi offre un modello di riferimento meno stabile. E dunque quando si parla di interesse pubblico non si deve far riferimento allo sforzo produttivo del Paese, ma si deve tutelare e rispettare la qualità della vita di tutti all’interno dei diversi nuclei familiari.

L’emergenza sanitaria è ormai diventata un problema di salute pubblica generale, essendo la salute un bene della persona e fa emergere l’intreccio di problemi esistenziali, sociali, educativi, valorizzando allo stesso tempo le “coalizioni di comunità” tra operatori sanitari, politici, scuole, famiglie, associazioni, contribuendo a creare reti sociali esperte e informate senza frammentarne i servizi. Esistono diverse soluzioni anche creative ai problemi legati alla crisi sanitaria, a partire dalla prenotazione del tampone ai drive in, ai concorsi semplificati per chi è già in prima linea nella sanità e nella scuola, all’apertura dei Covid-hotel e ai voucher per alloggiare i giovani e tenerli lontani dalle persone anziane in modo da aiutare a sostenere anche il settore alberghiero.

O ancora, la riduzione della burocrazia con misure ad hoc per incentivare la spesa online e disporre di servizi alla persona, incrementando la didattica a distanza tramite acquisti di pc per le famiglie più indigenti, differenziando la mobilità per fasce orarie. Infine, ma non per importanza, imponendo imposte patrimoniali specifiche e contratti di solidarietà alle multinazionali che hanno avuto grandi profitti in questo periodo, come Amazon e le aziende farmaceutiche.

Anche la formazione aziendale manageriale è tempo che si trasformi in senso di responsabilità e di appartenenza più attento alla qualità della vita tout court dei dipendenti, ad esempio organizzando rapidamente asili aziendali gratuiti. La capacità di reagire implica l’assenza di polemica, che non si temporeggi, che non si usi come scusa la mancanza di fondi per indennizzare chi è rimasto senza lavoro, chi non ha mai avuto nemmeno la possibilità di andare in cassa integrazione e una tutela sindacale, chi lavora in nero perché attende la cassa integrazione da mesi.

Il denaro pubblico non deve e non può essere un pretesto per non indennizzare chi è penalizzato economicamente, socialmente e psicologicamente dalle conseguenze di scelte difficili ma necessarie. Deve essere ben chiaro alle Istituzioni che gli investimenti più urgenti devono implementare le strutture sanitarie e il welfare per le fasce più deboli senza dover trovarsi in balia dell’affarismo e della speculazione.

La società del benessere non ammette il sacrificio e la paura, ma nel momento in cui durante il lockdown si ha del tempo “liberato” dal lavoro, si deve diventare consapevoli che si tratta di un tempo utile per limitare i bisogni sovrastrutturali e più dedicato alla cura di terzi. Le scelte consapevoli e meno egoiste di oggi condizioneranno domani l’ampiezza del deserto etico che la quarantena forzata rappresenta oggi.

Marta Donolo

Immagine di copertina via facebook.com/HRWrussian

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