Per sempre Diego.

Un arresto cardiocircolatorio pone fine alla vita terrena di Diego Armando Maradona, uno dei giocatori più forti nella storia del calcio, El Pibe de Oro, La Mano de Dios

…Gracias Dios, por estas lagrimas, por Maradona…” disse il telecronista Victor Hugo Morales, che commentò quella che è considerata la giocata di tutti i tempi, lo slalom ubriacante con il quale Diego Armando Maradona eliminò l’Inghilterra nel 1986 e che diede il “la” alla vittoria dell’Argentina ai mondiali in Messico.

In questo momento di tristezza, tutti gli argentini staranno sicuramente piangendo ma al contempo saranno felici, fieri di aver avuto nel loro Paese un giocatore del genere, di averne constatato la certezza. Perché Maradona per loro sarà sempre qualcosa di soprannaturale, una sorta di risurrezione divina scesa sulla terra per alleviare le sofferenze di un popolo, per aiutarlo a conquistare le sue rivincite. Il Messia del Dio del Calcio è sceso dal cielo ed ha scelto questo paese e questo piccolo uomo per palesarsi nella sua umana fragilità.

Quella partita, Argentina-Inghilterra di Messico ’86, aveva un forte significato simbolico. Fresco era lo smacco subito dal popolo argentino nella guerra delle isole Falkland-Malvinas. Una ferita ancora sanguinante rimarginata in fretta da un Paese che grazie a quel goal trovò la sua pace, la forza per dimenticare, per andare oltre.

In campo Diego era questo. Era un capo popolo, un leader. Un bambino cresciuto nella povertà. Nei potreros di Villa Fiorito, un borgo, situato nell’estrema provincia di Buenos Aires, ma in testa, aveva in mente un piano ben definito: quello di fare del pallone la sua ragione di vita, di aiutare i suoi familiari, e, di portare l’Argentina sul tetto del mondo. Questo elemento caratterizzerà anche la sua nemesi Adson Arantes do Nascimiento, al secolo semplicemente Pelé, il quale consolando le lacrime del padre dopo il Maracanazo del ’50 promise al genitore che sarebbe stato lui ad alleviare le sue sofferenze alzando al cielo la Coppa Del Mondo.

Il dualismo tra questi geni del pallone, ha segnato un’epoca. Ha portato la gente a schierarsi in favore dell’uno e dell’altro al punto che l’uno non poteva esistere senza la sua nemesi. Deve sentirsi solo O’Rey ora che ha perso la sua metà della Luna. Ha perso un amico perché nonostante il mondo li mettesse contro loro non riuscivano ad odiarsi.

Quest’uomo ha fatto grandi tre maglie e le ha vissute come una seconda pelle. Quella dell’Argentina, che per lui era una veste divina con la quale dava tutto quello che aveva in corpo perché viveva e respirava il sentimento del popolo, del suo popolo. Quella del Boca Juniors, la squadra della sua infanzia, quella che lo ha consacrato al mondo e che rappresentava la povera gente che da sempre si contrappone ai Millionarios del River Plate  e, quella del Napoli, con la quale ha risollevato le sorti di un popolo uscito malconcio dal terremoto dell’Irpinia, portando la squadra campana in cima all’Italia ed all’Europa grazie alla Coppa Uefa vinta nel 1989.

River Plate e Boca Juniors rappresentano le due anime contrapposte della città di Buenos Aires. Noti sono gli scontri tra queste due tifoserie, ma Diego Armando Maradona, come si evidenzia dal post Facebook qui sopra, ha il sacro potere di porre fine alle divergenze. Perché in quel momento, la Camiseta che indossano è solo un abito atto a coprire il loro corpo argentino come l’Idolo per il quale stanno copiosamente piangendo. Il Boca e il River sono nulla dinnanzi alla grandezza dell’uomo per il quale stanno versando lacrime amare.

Sul Maradona partenopeo potrebbero essere scritte antologie solo per descriverne i gesti, ma c’è un video che lo ritrae non riscaldarsi, ma, ballare col pallone, esponendo al mondo la sua anima perché là, con la sfera tra i piedi usciva il vero Diego, quello più intimo quello più puro. Il bambino che si divertiva a fare ciò che gli riusciva meglio.

Fu il regista Emir Kusturica, nel documentario “Maradona by Kusturica”, a tirarne fuori l’anima a carpirne l’essenza, tanto dentro, quanto fuori dal campo

È un giorno triste per il mondo del calcio. Questo sport ha perso uno dei suoi artisti più rappresentativi. Quei piedi pennellavano calcio come forse solo l’altissimo quando ha creato il mondo ha saputo fare. Per questo la sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nel cuore degli amanti del calcio e di ogni altra disciplina esistente.

Andrea Pulcini

Immagine di copertina via twitter.com/rhm1947

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