I 100 anni di Valentino Mazzola, cuore ed anima del Grande Torino


I miti non invecchiano, compiono gli anni e, nel 2019 si celebra il 100° compleanno di uno dei giocatori simbolo del calcio Italiano: Valentino Mazzola
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Valentino Mazzola, uomo simbolo del Grande Torino

Ogni epoca ha il suo campione sportivo di riferimento. L’uomo a cui associare un determinato avvenimento o un preciso periodo storico. Il 2019 è l’anno del centesimo compleanno di Valentino Mazzola,nato a Cassano d’Adda il 26 gennaio 1919.

A questo giocatore l’Italia tutta deve la gioia che un Paese intero uscito devastato dal secondo conflitto mondiale è stata capace di provare, osservando inebriata le gesta di questo ragazzo e di altri dieci “eroi” consacrati all’eternità con nome di Grande Torino. Undici nomi  da declamare in terzine: Bacigalupo, Ballarin Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.

Di questo gruppo Valentino era il leader carismatico. Mette in mostra il suo carattere fin dall’inizio della sua carriera giacché preferisce accettare la corte dell’Alfa Romeo, che gli offre un ingaggio in Serie C ed un lavoro in fabbrica piuttosto che farsi accecare dalla ribalta e dall’agio  che la massima serie italiana di quell’epoca poteva offrirgli.

La svolta alla sua carriera Mazzola la da quando, insieme con il suo compagno di squadra Loik, nel 1942 si trasferisce dal Venezia al Torino. Una scelta dettata dal fatto che la Fiat, sponsor della squadra, offriva ai membri della società granata la possibilità di lavorare in fabbrica sfuggendo così al servizio militare il che sarebbe significato partire al fronte in virtù del conflitto bellico in atto.

Fu lì, sotto la gestione illuminata di un presidente come Ferruccio Novo, che questo talento inizio ad esprimere al meglio le sue qualità. Era un giocatore elegante, ma prima di tutto un trascinatore. La squadra gli aveva attribuito questo ruolo e mai nessuno l’avrebbe mai messo in discussione, i suoi compagni erano un tutt’uno con il loro giocatore simbolo.

A lui si deve una delle più importanti peculiarità del “Grande Torino”: il quarto d’ora granata. Tutto nasceva da un cenno d’intesa tra il capitano e Oreste Bolmida, storico trombettiere della tifoseria. Accadeva quando la squadra era in svantaggio o in difficoltà, bastava che Mazzola si sollevasse le maniche della maglia, e partiva il suono, e con esso la riscossa della squadra di Novo che di li a poco avrebbe costretto il malcapitato estremo difensore avversario a raccogliere più e più volte la sfera in fondo al sacco.

Il ragazzo di Cassano D’Adda con la maglia granata come seconda pelle scrisse pagine importanti per la storia del calcio italiano, essendo indicato da molti come uno, se non il più grande giocatore italiano di tutti i tempi. L’eco del suo successo arrivo fino in Brasile, dove un giocatore che troverà fortuna nel nostro Paese, Jose Altafini venne soprannominato proprio Mazzola, perché le sue movenze ricordavano quelle del talento granata.

In Nazionale non ebbe una grande fortuna e sarà per via di un impegno preso con indosso la maglia azzurra con Pereira, capitano del Portogallo e del Benfica, in occasione di una gara tra lusitani ed Italia giocata a Genova il 27 febbraio 1949 che il destino di questo splendido campione venne scritto. Perché, di ritorno da Lisbona, dove venne giocata dal Torino un’amichevole in onore di Pereira, il 4 maggio 1949 perse la vita assieme ai suoi compagni sulla collina di Superga, ora luogo di pellegrinaggio per gli appassionati di fede granata e non solo.

Su quella collina si sono infranti i sogni di un giocatore consacratosi attraverso le sue imprese e che consegnò al mondo due figli, Sandro e Ferruccio, che hanno contribuito e contribuiscono a tener vivo il nome di questa leggenda.

Andrea Pulcini

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