Catalogna spaccata in due dopo le regionali

Le elezioni della comunità autonoma di Catalogna finiscono in un sostanziale pareggio, con una vittoria degli indipendentisti solo in termini di seggi

di Maria Bonillo Vidal

CatalognaLe urne hanno parlato, pur senza chiarire alcun dubbio: 150.000 voti dividono una Catalogna indipendente da una Catalogna ancora legata alla Spagna. Il sostanziale pareggio tra l’opzione separatista e quella conservatrice è quanto è emerso dalle elezioni regionali tenutesi la scorsa domenica – probabilmente uno degli appuntamenti più importanti della recente storia democratica spagnola, in quanto si disputava l’unità di uno stato  ogni giorno sempre più debole.

Benché si trattasse ufficialmente di consultazioni regionali, i partiti schierati in favore dell’indipendenza avevano fatto una campagna elettorale in termini plebiscitari, sostenendo che dai risultati sarebbe dipesa la secessione dalla Spagna. Questa l’unica strada per proporre l’annosa questione ai cittadini catalani, considerato che un referendum sulla separazione di una comunità autonoma rispetto allo stato spagnolo è stato giudicato illegale secondo il Tribunale Costituzionale.

Infatti il referendum tenutosi l’anno scorso è costato un’imputazione al presidente della comunità autonoma catalana, Artur Mas. Tra i vari reati, quello di “disobbedienza”. La notizia la si è appresa soltanto due giorni dopo queste elezioni regionali, la comunicazione è stata posticipata “per cercare di non interferire coi risultati” – ha spiegato il ministro di Giustizia spagnolo, Rafael Català. Ciò nonostante, inutile dirlo, la notificazione giuridica ha sortito l’effetto di gettare ulteriore benzina a un fuoco già di per sé rovente.

Per quanto riguarda l’ambito strettamente elettorale, va segnalato che gli indipendentisti hanno vinto in termini di seggi ma non in termini di voti effetti – non avendo raggiunto il 48 %. La lista “Junts pel sí” (Insieme per il SI) – cartello elettorale nato dall’unione di Convergenza Democratica di Catalogna e la Sinistra Repubblicana Catalana – ha conseguito 62 seggi, sei in meno della maggioranza assoluta. Così che le sorti di un’eventuale indipendenza sono rimesse nelle mani della formazione di estrema sinistra denominata CUP (Candidatura d’Unitat Popular), che ha ottenuto 10 deputati – che sarebbero sufficienti per formare un governo spiccatamente indipendentista.

Dall’altro lato della barricata, le forze che parteggiano per la continuità dello status quo catalano (Ciutadans, Partito Popolare) e quanti altri sostengono la necessità di un dialogo finalizzato a una riforma della Costituzione in senso più marcatamente federale – leggasi: il Partito Socialista ritiene di poter addolcire gli animi catalani promettendo una ristrutturazione costituzionale in cambio di possibili alleanze alle prossime politiche. Storia a sé Podemos, la formazione di Pablo Iglesias che non ha ottenuto il risultato sperato pur rimanendo la quarta forza più votata.

Per il momento la CUP ha fatto sapere che non intende appoggiare Artur Mas come presidente – né si ritiene disposta a dichiarare unilateralmente l’esistenza di uno stato catalano, come si pensava qualora il sostanziale “si” fosse stato rotondo. Nelle prossime settimane ci si dovrà aspettare una frenetica attività politica a base di riunioni ed accordi post-elettorali, se si vuole evitare lo spettro di nuove elezioni. Lo scenario è ancora aperto, la battaglia per l’indipendenza catalana non si è mai sopita.

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