Un anno di diritto all’oblio: quando la Rete non dimentica

Ad un anno della sentenza Google Spain, arriva da “Big G.” il Transparency Report. Il documento fotografa la situazione europea del ricorso al diritto all’oblio

di Martina Zaralli

google-logoAuguri. O forse no.

La sentenza Google Spain, del 13 maggio 2014,  ha compiuto il suo primo anno di vita.

A prescindere dal volerle auspicare futuri giorni felici, che rimane un fatto molto personale, la pronuncia ha avuto l’innegabile capacità di scuotere l’intera comunità della rete,  la quale, per l’occasione, ha trovato nel MAIUSC + CANC il nascondiglio perfetto dal passato turbolento.

Così, torniamo a parlare del diritto all’oblio, di quel Cerbero che, con le sue tre teste di dignità, reputazione e onore, si atteggia a guardiano e censore dell’informazione digitalizzata.

Senza ripercorrere l’arcinoto iter partito dal signor Mario Costeja Gonzales, richiamiamo solo la statuizione dei giudici di Lussemburgo, che riconoscono un vero e proprio diritto dei cittadini europei di chiedere ai motori di ricerca l’eliminazione, dai risultati, di link che rimandino a notizie ad essi inerenti ma non più attuali.

Dopo l’emanazione della sentenza, il leader del settore, Google, è stato inondato di richieste in questa direzione,  sintomatiche, probabilmente, di un eccesso di fiducia nel poter rimediare, in questo modo, ai propri misfatti dei tempi che furono.

Attenzione, però. La notizia rimarrà sempre disponibile e reperibile nel web, solo che non comparirà nei risultati suggeriti dal motore di ricerca quando verranno inseriti i relativi riferimenti (nome, luogo, fatto…). In discussione, come è risaputo, non c’è la veridicità o meno di una notizia, che ci porterebbe in tutt’altro campo, ma la pubblicazione della stessa in un archivio elettronico a disposizione della collettività.

Tempo di bilanci, allora. Dopo più di 365 giorni, viene spontaneo tratteggiare un resoconto di gioie e dolori di ciò che ha legittimato una corsa alla cancellazione immediata di episodi che, probabilmente, interessavano solo ai loro autori.

oblio-digitaleQualche giorno fa, Big G. ha reso noto il Transparency Report, documento che analizza le “richieste di dimenticanza”.  In tutto, alla società di Montain View ne sono pervenute 255mila: una cifra che, sicuramente, fa riflettere, alla quale, però, il colosso americano ha risposto accontentandone solo il 40%.

Il documento, inoltre, fotografa la situazione dei diversi Paesi europei. A  guidare la marcia dell’oblio ci sono Francia, Germania e Gran Bretagna,  evidentemente sensibili alla loro reputazione. L’Italia, invece, è ultima con le sue appena 19 mila richieste, delle quali, tra l’altro, il 70% sono state respinte;  insomma, continuiamo ad essere il fanalino di coda delle statistiche,  ma, in questo caso,  se  sia un bene o un male decidetelo voi.

Al di là dell’ironia, il diritto all’oblio non è solo questione di numeri. Dubbi persistono sull’estensione della cancellazione: solo domini nazionali, o il contenuto imbarazzante deve essere rimosso anche da Google.com? Questo, però,  è solo un esempio. Parliamo del contenuto: quando il “dimenticami” diventa irrinunciabile per la nostra esistenza? Esiste una gerarchia tra  i link?

Mentre il mondo accademico  chiede una maggior chiarezza, una soluzione, magari temporanea, potrebbe essere nel ridimensionamento del problema: la notizia ha,  infatti, una sua portata temporale e territoriale, la quale, come è intuibile, svolge da sé il ruolo di oblio naturale: insomma, non si ricorda perché non si ricerca!

“Nel futuro, ognuno sarà famoso per quindici minuti”, recita la profezia warholiana. Ecco, forse Mario Costeja Gonzales i tempi andrebbero rivisti. Lui, che voleva solo far dimenticare i suoi pignoramenti,  verrà ricordato grazie al tanto invocato diritto all’oblio!

Ingiustizie della vita?

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