Finanziamenti all’editoria: dovere o privilegio?

Ritorna ciclicamente il dibattito sui finanziamenti statali all’editoria: la lotta si svolge come sempre tra i sostenitori dell’utilizzo di risorse pubbliche e i fautori del libero mercato. Intanto il mondo va avanti

di Guglielmo Sano

imagesIn un panorama diverso da quello italiano, il problema del finanziamento pubblico alla carta stampata non si porrebbe neanche. D’altronde “il mondo corre sulla rete”: internet ha totalmente cambiato il modo di reperire informazioni ancora prima di determinare un cambiamento nel modo di “fare informazione”. Nel Regno Unito, negli Stati Uniti l’hanno capito da molto tempo.

Un giornalista economico molto noto negli Usa, Felix Salmon, ha recentemente lasciato l’agenzia di stampa Reuters per approdare a Fusion – canale televisivo totalmente incentrato sui New Media e rivolto ai millenials (i giovani occidentali nati tra gli anni ’80 e i duemila) che vuole stare lontano “da tutto ciò che è convenzionale”. Glenn Greenwald, giornalista divenuto famoso per aver raccolto le dichiarazioni di Eduard Snowden, ha lasciato il The Guardian per approdare a un nuovo progetto finanziato da Pierre Omidyar, uno dei fondatori di Ebay. Lunga vita alla carta stampata, certo; ma è inutile nascondere che blogging, citizen journalism, crowd journalism (giornalismo finanziato da micro-donazioni) sono tendenze inarrestabili.

La cross-medialità, al contrario, fatica ad attecchire all’interno dei nostri confini. Al ritardo nel recepire le novità bisogna aggiungere il tradizionale battibecco ideologico che accompagna ogni tentativo di ripensare la realtà dell’informazione italiana. Crisi delle testate cartacee? Il M5S, con una proposta di legge che li abolirebbe, ha recentemente riportato alla ribalta il dibattito sul finanziamento pubblico all’editoria.

È giusto che le risorse pubbliche supportino i giornali cartacei? Non sarebbe meglio lasciare lo sviluppo del settore alla concorrenza del mercato? Lo Stato deve difendere il pluralismo delle opinioni (garantiti dall’articolo 3 e dall’articolo 21 della Costituzione) a dispetto della quantità di investimenti pubblicitari ricevuti da un dato progetto editoriale, così dicono i fautori dei finanziamenti all’editoria. Diversamente la pensa chi vorrebbe abolirli: costano troppo (i pentastellati hanno calcolato che si risparmierebbero 80 milioni di euro annui), inoltre, non rendono libera l’informazione anzi la condizionano.

n Italia esistono due tipi di finanziamenti all’editoria: i contributi diretti, stimati per l’anno prossimo in 67 milioni di euro, e quello indiretti. I contributi diretti possono essere erogati solo a certe tipologie di giornali: i giornali organici ai partiti politici, quelli delle cooperative di giornalisti, quelli delle minoranze linguistiche che fanno riferimento a comunità italiane all’estero, quelli pubblicati da “enti morali” di solito religiosi – in questo momento le testate che ricevono contributi diretti sono 215 su 7mila, secondo la Federazione Italiana Editori di Giornali.

Sul sito del governo, tra le pagine del Dipartimento per l’Editoria, è possibile reperire elenco e relativi importi dei contributi (che poi sono rimborsi) erogati dal 2009 al 2012. Per l’anno 2012 troviamo in prima posizione Avvenire (€ 4.355.324,42) poi Europa, Il Manifesto, Il Foglio, l’Unità. Da notare che solo i giornali meno venduti (il 10% delle copie diffuse) ricevono un contributo statale a differenza delle maggiori testate nazionali (Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Fatto Quotidiano) che non ricevono denaro pubblico. Tra i periodici di cooperative, fondazioni o enti morali ha ricevuto i contributi più consistenti Famiglia Cristiana (€ 142.069,68).

L’ultima modifica ai requisiti di accesso ai contributi diretti è stata attuata con una legge editoriadel 16 Luglio 2012 con l’intento di “razionalizzare l’utilizzo delle risorse, attraverso meccanismi che correlino il contributo per le imprese editoriali agli effettivi livelli di vendita e di occupazione professionale”. Ancora prima era stato modificato il criterio della tiratura (che aveva “drogato” il mercato, in quanto, non serviva vendere delle copie ma unicamente stamparne un certo numero per ricevere i contributi) con quello che prevedeva l’erogazione al di sopra di un minimo di copie vendute. I contributi indiretti (comprendevano rimborsi per la carta, agevolazioni sulla spedizione degli abbonamenti, sulle spese telefoniche) previsti con il decreto legge del dicembre 2003 n. 353, invece, sono cessati per effetto di una legge del marzo 2010.

Forse il problema più grosso non è il finanziamento ai giornali cartacei di per sé, forse il problema riguarda la mancanza di attenzione ad altri comparti del settore giornalistico. Per esempio Sara Cipriani, Presidente dell’Associazione Stampa Online, ha salutato con favore la proposta a cinque stelle e propone incentivi fiscali per chi investe in pubblicità sulle testate online.

Torniamo così al problema che analizzavamo in prima battuta: la carta stampata è destinata a diventare obsoleta, se non lo è già diventata mentre parliamo. Il problema, così come esposto nell’ennesima puntata del dibattito tra pro-finanziamento pubblico e contrari a esso, è l’ennesima prova di un’arretratezza strutturale di cui non siamo semplicemente vittime. Abbiamo tutti gli elementi per affrontare al meglio l’inizio di una nuova epoca: eppure continuiamo a sopportare i flirt tra politica e ed editori-imprenditori. Fortunatamente come lettori siamo molto più maturi.

La storica testata americana Newsweek, nell’ottobre 2012, ha annunciato la dismissione graduale della sua versione cartacea. L’amministratore delegato commentò dicendo che sì, era un modo per tagliare i costi, ma anche che “liberandoci dalle costrizioni della carta stampata” per la testata si era aperto un mondo tutto nuovo, un futuro imprevedibile per la sperimentazione e l’innovazione. La fine della carta stampata non annuncia semplicemente il prossimo dominio del digitale o la vittoria di uno spietato “libero mercato” ma certifica la crisi di tutto l’assetto dell’informazione. La sfida per molti è già cominciata: si è indirizzata verso la materiale consegna del “giornale” al “lettore”. A noi non manca nient’altro che il coraggio.

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