La riforma del Senato spacca il centro-sinistra

Mentre il Governo si gioca il tutto per tutto in aula, tra le opposizioni scoppia la protesta e l’alleanza tra Pd e Sel comincia a perdere i pezzi

di Mattia Bagnato

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Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi (a sinistra) e il leader di Sel, Nichi Vendola

Il 31 luglio, mentre in Senato iniziava l’esame del testo di riforma della futura camera alta, si è registrata la più profonda spaccatura tra Pd e Sel da quando nel 2011 a Vasto i due partiti hanno deciso di allearsi. Il casus belli, che avrebbe irritato oltre modo Matteo Renzi, riguarderebbe i 6.000 emendamenti presentati da Sinistra, Ecologia e LibertàUna mole gigantesca che, a detta dello stesso Presidente del Consiglio, sarebbe solo l’ennesimo tentativo di ostruzionismo messo in atto da un’opposizione che ha come cui unico obiettivo è quello rallentare il processo riformista in atto.

Così, mentre l’esecutivo appare sempre più lanciato nella sua, personalissima, volata finale verso le riforme, le vecchie alleanze sembrano lasciare il posto alle nuove, nate all’ombra del Nazareno.

IL CASO – Rischia di essere ricordato come il giorno del secondo “Aventino” dell’epoca contemporanea. Quello, cioè, in cui le opposizioni (M5S, Lega Nord e Sel) hanno deciso di fare fronte comune e di abbandonare l’aula di Montecitorio, come in quel lontano 1924. Il paragone può sembrare esasperato, ma quello che è accaduto nella giornata di giovedì ha in se qualcosa di storico.

La protesta, in parte già rientrata visto che Sel e M5S hanno deciso di riprendere i lavori, sarebbe stata motivata dalla decisione del Presidente Grasso di far “saltare” l’esame di molti degli emendamenti presentati, 1.400 in poche ore, facendo ricorso al cosiddetto “canguro”. L’escamotage, come lo hanno definito le minoranze, ha infiammato il dibattito in aula, costringendo lo stesso Presidente del Senato a sospendere più volte la seduta e a minacciare l’intervento della Polizia.

IL GIORNO DELL’ADDIO – Che i rapporti tra Pd e Sel non fossero idilliaci era stato evidente fin quando il partito di Nichi Vendola si oppose alle larghe intese uscendo dalla maggioranza. Adesso, però, l’incantesimo sembra essersi definitivamente rotto, spezzato dal sopraggiungere di nuovi elementi di contrasto ai quali si sommano vecchi rancori.

I vendoliani, infatti, non hanno mai digerito il Patto del Nazareno, al quale si è aggiunto, secondo Loredana De Petris di Sel, un atteggiamento autoritario da parte del Governo, che ha messo in un angolo le richieste dell'(ex)alleato relative a immunità, referendum e fiscal compact. Sul fronte democratico, però, l’atmosfera sembra tutt’altro che distesa, l’ostruzionismo di Sel ha fatto saltare i nervi al Pd, spingendo Luca Lotti ha dichiarare che con queste premesse ogni futura alleanza appare preclusa.

LE RIPERCUSSIONI – Per riuscire a comprendere a chi gioverà la rottura dell’alleanza bisognerà attendere, con tutta probabilità, le prossime elezioni amministrative. Così, mentre infuria la polemica, il Pd si fa forte del risultato delle europee vinte senza Sel, il quale, va detto, è riuscito ad entrare al parlamento di Strasburgo anche grazie ad una soglia di sbarramento molto più bassa di quella nazionale.

Dall’altro lato, però, le riforme costituzionali e le elezioni locali appaiono sempre più connesse. Infatti, come fa notare Stefano Bacaccini, i due partiti governano il 90% dei comuni insieme e se a questo si aggiunge che Emilia Romagna e Calabria vanno al voto a novembre e che in altre otto regioni, tra cui la Puglia, si voterà nel 2015, le parole di Vendola, “Ci saranno ripercussioni”, suonano quasi profetiche.

I DISSIDI INTERNI – In attesa di capire quali saranno le ripercussioni che la spaccatura tra Pd e Sel sarà in grado di produrre a livello locale, qualche effetto comincia già a manifestarsi. Infatti, dopo i “frondisti ribelli”, che minacciano di far saltare la riforma della legge elettorale, un nuovo fronte di dissenso si sta aprendo proprio in queste ore sulla sponda “democratica”, capeggiato da Pippo Civati.

Il leader della minoranza Pd, infatti, ha ribadito, in un’intervista a Repubblica, l’imprescindibilità dell’alleanza con Vendola. L’idea di rompere con il Pd, però, non piace nemmeno al Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che appellandosi ad entrambi i contendenti, chiede di deporre le armi e di riprende un dialogo costruttivo. Ma, ad oggi, sembrano pochi coloro che, all’interno di Sel, vogliono ricostruire il rapporto con il Pd, primi tra tutti i fautori di una lista Tsipras nazionale.

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2 risposte

  1. sinistranews ha detto:

    L’ha ribloggato su Per la Sinistra Unitae ha commentato:
    La rottura di questa alleanza porta alla Sinistra Unita, sulle basi
    di una lista Tsipras nazionale.

  2. patriziaturchi ha detto:

    Centro-sinistra? Non esiste ormai da tempo!

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