La verità ha una “faccia da mostro”

L’identità del misterioso agente di collegamento tra servizi segreti e vertici di Cosa Nostra durante la “stagione delle bombe”, grazie alle dichiarazioni di una collaboratrice di giustizia, sembra ormai essere stata svelata

di Guglielmo Sano

L'ex poliziotto Giovanni Aiello, meglio conosciuto come "faccia da mostro"

L’ex poliziotto Giovanni Aiello, meglio conosciuto come “faccia da mostro”

Era il 1996 quando, per la prima volta, qualcuno ha sentito parlare di “faccia da mostro”. Luigi Ilardo, esponente di spicco della famiglia mafiosa di Caltanissetta, non era solo un importante boss ma anche un confidente del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio – riuscì tra l’altro a portare gli inquirenti a un soffio dalla cattura di Provenzano, in quel momento nascosto a Mezzojuso (Palermo). “Noi sapevamo che c’era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro” – così Ilardo aveva riferito a Riccio prima che, il 10 Maggio del ’96, lo raggiungessero sei colpi di pistola di fronte a casa sua.

Un personaggio a tratti mitologico, “faccia da mostro”, che attraversa gli anni ‘80 e ‘90 come un’ombra nera sul luogo di delitti eccellenti o misteriosi: c’era quando venne ritrovata una borsa piena di tritolo sulla scogliera dell’Addaura, giusto in prossimità della villa del giudice Falcone, Giugno 1989, c’era quando venne ucciso l’agente di polizia Nino D’Agostino, insieme a sua moglie Ida e al bambino che portava in grembo, Agosto 1989. Il padre dell’agente D’Agostino, Vincenzo, che ha assistito all’omicidio del figlio e della sua sposa, quando gli hanno mostrato la foto di Giovanni Aiello ha sentito il “fuoco dentro”.

Giovanni Aiello, seguendo il percorso tracciato dagli elementi in mano ai magistrati di Palermo e di Caltanissetta, è “faccia da mostro”: che si tratti di un vero e proprio “killer di Stato” è ancora da dimostrare, ma che fosse lui l’uomo “cerniera” tra i nostri servizi e i vertici di Cosa Nostra, durante la “stagione delle stragi”, è praticamente certo. Già nel 2010 un “pentito” di nome Vito Lo Forte, aveva fatto il nome di Aiello: il “bruciato”, così chiamato per via della sua faccia sfigurata da una fucilata, si accompagnava spesso con lo “zoppo”, un altro agente dei servizi a quanto pare, che usava un bastone da passeggio.

Lo Forte aveva detto, ai magistrati di Caltanissetta, di aver visto entrambi incontrarsi con il suo “capo famiglia” Gaetano Scotto; particolare agghiacciante se si pensa che Gaspare Spatuzza, collaboratore chiave per i particolari forniti sull’attentato al giudice Borsellino, ha dichiarato, nel 2013: “mentre veniva imbottita di esplosivo la Fiat 126 nel garage tra noi c’era uno elegante, biondino, mai visto prima, parlava con Gaetano Scotto”. Spatuzza non aveva mai visto quell’uomo, intendeva dire che si trattava di un agente dei servizi; fosse lo stesso uomo che altri collaboratori hanno visto partecipare agli incontri preparatori della “strage di Capaci”? Lo Forte, comunque, per diversi motivi non venne ritenuto del tutto attendibile.

La posizione di Giovanni Aiello venne archiviata e l’ex poliziotto restò in Calabria, a Montauro (Catanzaro), a godersi la pensione in riva al mare. Dopo la scelta di Giovanna Galatolo, figlia di un boss palermitano che non smette di “comandare” neanche dal carcere dove sconta l’ergastolo per l’omicidio del generale Dalla Chiesa, il cerchio si è stretto intorno ad Aiello. La collaboratrice di giustizia ha riconosciuto l’agente dei servizi, in un confronto “all’americana”: “ne sono sicura è lui” – ha detto da dietro un vetro blindato ai Pm di Palermo – “è l’uomo che veniva usato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino”.

La Repubblica e Servizio Pubblico hanno raggiunto Aiello nel suo “capannone”. Naturalmente ha sempre negato tutte le accuse – dice di dedicarsi solo alla pesca e di non mettere piede a Palermo dal ’76, anno del suo congedo dalla Polizia – ma, a casa sua, durante una perquisizione sono stati trovati biglietti recenti del traghetto che da Villa San Giovanni porta a Messina, appunti in codice, lettere, titoli per 600 milioni di vecchie lire, articoli di quotidiani che riportavano notizie su boss come Bernardo Provenzano e su indagini del pool antimafia palermitano, assegni. Tutti questi elementi hanno giustificato l’ordine di comparizione per il confronto, al quale si è presentato con il suo avvocato.

Che siano stati i suoi lunghi capelli biondicci, la sua faccia butterata, sfregiata, bruciata, da “cavallo” a comparire nelle pagine delle inchieste più misteriose e oscure degli ultimi decenni? Che sia lui la “chiave di volta” per comprendere il filo rosso che collega l’Addaura, le morti degli agenti segreti “buoni” Nino Agostino ed Emanuele Piazza, Capaci e Falcone, Via D’Amelio e Borsellino?

Mafia, ma non solo Mafia, “menti raffinatissime”. Falcone lo sapeva. In molti sanno, ma ancora tacciono.

 

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