Parlano, parlano, parlano

Il governo Letta, confuso tanto nelle idee quanto nell’azione, parla molto e procrastina altrettanto
 

di Adalgisa Marrocco

lettafaceRipresa sì, ripresa no. Governabilità intatta, governabilità impalpabile. L’interpretazione della reale condizione in cui l’Italia e il governo Letta si trovano è tutta affidata agli occhi di chi guarda. O, meglio, di chi parla.

Se il ministro Saccomanni si cala nella parte di un ottimista Nostradamus, predicendo l’attenuarsi della crisi economica già a settembre, di ben altra opinione paiono gli osservatori internazionali. Infatti Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia (e, con tutto il rispetto per Saccomanni, ma a Stoccolma i premi li assegnano con criterio), ha espresso ben altro parere riguardo le sorti economiche italiane: “L’Italia non uscirà dalla crisi in autunno”. Se non v’è nemmeno reale cognizione dello stato in cui il Paese versa, come si può pensare farlo uscire fuori dai guai?

Quindi un esecutivo confuso, tanto nelle idee quanto nell’azione. Procrastinare ancora, procrastinare sempre: è il mantra che i membri della compagine guidata da Letta paiono idealmente ripetere, già da troppi mesi a questa parte. Il Partito Democratico continua con sgambetti vicari, il Pdl (nemmeno a dirlo) costruisce ostacoli olimpionici e blinda quasi tutto.

Lo stivale è in sofferenza, privato di adeguate misure per la crescita e vessato da sempre maggiori tagli al welfare. A livelli stellari ancora solo e soltanto la pressione fiscale. Ma il governo sembra non saperlo. O, peggio ancora, recita la parte di chi non è in grado né di intendere né di volere.

Basti pensare alle ultimissime dichiarazioni del presidente della Repubblica Napolitano e di Letta, intervenuti alla Villa Reale di Milano per promuovere l’Expo 2015. “L’Expo è un’occasione straordinaria per un nuovo sviluppo dell’Italia nel suo insieme, Nord e Sud, per il superamento della crisi che stiamo vivendo”, sono le parole piene d’entusiasmo pronunciate dall’inquilino del Quirinale.

Affermazioni che paiono non cogliere il malessere attuale, o almeno non coglierlo in maniera profonda. Se non si riforma e se non si procede a veloci innesti di provvedimenti pro-cittadino, siamo comunque destinati al fallimento.

Viene da dare ragione al ministro Cancellieri, quando dichiara che sono le grandi lobby a fermare le riforme. Ma la più grande lobby, quella che cancella addirittura i propri compiti, è la politica. Un apparato vacuo che, mai come in questi drammatici anni, sta svuotando anche il tronco del Paese sui cui rami si è appollaiato.

Guardandoci alle spalle, quasi malediciamo il giorno in cui l’esecutivo guidato da Mario Monti si era insediato. Anche se, per chi ha un minimo di memoria a lungo termine, quella scelta era sembrata a (quasi) tutti l’unica ancora di salvezza per uscire dalla tempesta in cui ci aveva condotti il governo Berlusconi. Ma è bastato solo qualche mese a comprendere che il vero intervento salvifico non poteva essere firmato Monti. Tutt’altro.

Siamo proprio certi che non accadrà la stessa cosa con il governo Enrico Letta? Siamo sicuri che non stia già accadendo? E se sta avvenendo non è certo per colpa della nostra incontentabilità. Se sta accadendo è perché, nemmeno negli ultimi mesi, qualcuno si è degnato di appendere il cartello “work in progress” fuori dalle stanze del potere.

Parlano, parlano, parlano. Dicono che sanno. Però mentono e rimandano, mentono e rimandano.

(fonte immagine: http://blogosfere.it/)

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