Basket NBA: Lebron doma gli Spurs, è repeat per Miami

Finals strane, grandissimo basket, stesso risultato dell’anno scorso: Heat campioni, James MVP

di Stefano Brienza
@BrienzaStefano

(fonte immagine: Nba Official Page Facebook)

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In fondo lo si diceva dall’estate scorsa. Forse da quella precedente, o volendo, dal fatidico giorno della Decision del giocatore più forte del mondo. Heat schiacciasassi, Pat Riley genio della strategia, scappate voi che potete. Una dinastia costruita con un lungo e lungimirante lavoro tecnico-economico e concretizzatasi unendo la coppia di amici James-Wade, aggiungendo Bosh e una serie di grandissimi giocatori di ruolo desiderosi di servire il Re alla conquista dell’anello.

Una battuta d’arresto fisiologica, alla prima esperienza in comune, aveva gettato ombre sul progetto e sul numero 6, fu 23, perché distinguersi da Jordan era diventata un’esigenza (spoiler retroattivo: ora ci è riuscito). Quegli incredibili Dallas Mavericks del 2011, invece, rimangono ora l’unica squadra ad aver battuto gli Heat dei cosiddetti Big Three. Una macchina perfetta e senza avversari?

No. Altrimenti non sarebbe basket, e non sarebbe il campionato più difficile del mondo. Queste splendide Finals non rappresentano solo il secondo trionfo del Prescelto, ma la dimostrazione visiva di quanto si possa lavorar bene nello sport a tutto tondo, avendo idee tecniche, imprenditoriali, comunicative di massimo livello.

Innanzitutto, alzi la mano chi aveva mai goduto di un tale spettacolo tecnico-tattico in un’intera serie. Una finale pazza, che fino al 2-2 non sembrava seguire alcun senso logico, nella quale gli aggiustamenti si sono accavallati ad una velocità e ad un livello di pensiero impressionante. Gli Spurs sbancano Miami in gara-1 con le magie di Parker, Flash Wade risponde in gara-4 scortando gli Heat in Texas grazie all’ormai classico “gettone” da campione assoluto del quale dispone solo in casi di massimo pericolo, da vero supereroe.

(fonte immagine: Nba Facebook Official Page)

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Nelle prime quattro gare ci sono tre blowout, evento abbastanza inspiegabile, se non con l’antico adagio buono per tutte le stagioni, “It’s all about making shots”. Perché in serata di grazia al tiro nessuna delle due squadre è battibile, sono entrambe troppo letali e capaci di sfruttare ogni errore di lettura altrui. Uno specialista prende il discorso un po’ troppo alla lettera: Danny Green romperà il record di triple in una finale mantenendo percentuali appartenenti ad altri pianeti. Una storia particolare, una delle tante delle Finals 2013, che si concluderà purtroppo con un 1/12 in gara-7.

Ray Allen, dall’altra parte, sogghignava pensando al 2010. Un 8/11 in un’irripetibile gara-2, 4/30 nelle restanti sei partite, i suoi Celtics sconfitti alla settima dai Lakers. Con la maglia nuova, He Got Game sembra suggerire al suo epigono di distribuire meglio le segnature. La sua tripla di gara-6 è il tiro più importante dell’NBA 2013, la fulminea e perfetta esecuzione del più grande tiratore di sempre.

Sono gli specialisti che fanno la differenza, più che Wade e Bosh. Il dinamismo di Andersen, la capacità di Chalmers di travestirsi da Fisher quando la posta in palio è altissima, le triple del Miller (prima) o Battier (dopo) di turno. E poi, ovviamente, c’è Lebron. Due titoli da MVP e due da Finals’ MVP consecutivi, dopo che nelle prime tre partite erano tornati i fantasmi di Dallas, di un Re che sta troppo a guardare e non aggredisce il ferro.

Merito della tattica di Popovich di battezzare parzialmente lui e Wade, un tentativo ben riuscito di limitare la combo della Florida. Lebron, però, nonostante sia il migliore, continua ad aggiungere armi. L’ultima in ordine di apparizione è stata un jumper affidabilissimo, che manca nelle prime partite, ma diventa l’arma totale in una gara-7 allucinante.

(fonte immagine: Nba Facebook Official Page)

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Sorte amara e beffarda, invece, per gli Spurs. Mai sotto in una finale fino all’ultimo minuto di gara-7, scontano un Ginobili dannoso e la botta alla coscia che limita Parker nelle ultime gare: questo è il centesimo di differenza fra le due franchigie. Tim Duncan ha avuto una serie imperiale, un ineffabile lascito a tutti i lunghi che ne percorreranno le orme in futuro. Green ha strabiliato chiunque, Leonard è uno dei giocatori più completi e solidi del mondo a soli 21 anni.

Questa San Antonio non meritava di perdere, ma Miami meritava maggiormente la vittoria. Anche grazie a qualche errore di Popovich, pietra miliare sempre all’azzardo ma tradito da qualche scelta sopra le righe, dopo aver pregustato il titolo a 28” dalla fine di gara-6, prima dei parapiglia che condurranno alle triple di James ed Allen. Non è carino essere autoreferenziali, ma la coincidenza è notevole: prima delle Finals Ghigliottina recitava: “E alla fine saremo di nuovo qui a celebrare l’ennesima impresa, a conservare istantanee da rivedere milioni di volte, a discutere di quel rimbalzo in attacco che…”.

Duncan non si perdonerà mai quell’appoggio sbagliato in gara-7, forse il suo ultimo tentativo di vincere un titolo, che poteva ribaltare per l’ennesima volta una finale folle e bellissima, mai scontata e mai decifrabile. Ci aspettano altri, sanguinosi mesi senza basket, ma – tifosi Spurs esclusi – le repliche delle ultime tre gare andrebbero guardate in loop. Senza mai perdere di vista un gioiello di tecnica e fisico come non se ne sono mai visti, con la maglia numero 6.

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