Il destino incerto dell’Egitto

Il futuro economico e politico del Paese restano due grandi incognite

di Maria Paterno

Momenti delle proteste di piazza da parte delle opposizioni egiziane (Fonte immagine: internazionale.it/APLaPresse)

Momenti delle proteste di piazza da parte delle opposizioni egiziane (Fonte immagine: internazionale.it/APLaPresse)

Il 22 dicembre scorso, come molti avevano previsto, al secondo turno del referendum per l’approvazione della nuova Costituzione egiziana, ha trionfato il sì.  E’ stato sfiorato il 64% dei consensi ma con un neo che Morsi non può ignorare. Infatti, solamente il 32% degli aventi diritto al voto ha deciso di recarsi alle urne, la percentuale di votanti più bassa delle ultime cinque tornate elettorali e che fa tornare alla mente la scarsa affluenza per le ultime elezioni parlamentari dell’era Mubarak, nel dicembre 2010.

L’opposizione, guidata dal Fronte di salvezza nazionale, a poche ore dalla notizia dei risultati ha subito contestato i punti più controversi della consultazione: bassa affluenza e vittoria dei “sì” esigua. La tensione è salita però alle stelle quando pochi giorni fa il Fronte di salvezza nazionale ha chiesto di annullare la Carta per riscriverla. La risposta dei Fratelli Musulmani non s’è fatta attendere e per voce del segretario generale Mahmoud Hussein ha minacciato di perseguire per legge chiunque chiedesse di annullare la Costituzione, in quanto approvata con un procedimento giusto e regolare come il referendum.

Intanto lo scorso 7 gennaio, nel giorno dell’incontro tra Fondo monetario internazionale e autorità egiziane, Morsi ha avviato un rimpasto di governo inserendo altri quattro islamisti e cambiando il ministro delle Finanze, con l’obiettivo di  stroncare le proteste popolari dovute alle politiche di austerity promosse dai Fratelli Musulmani.

Ad aggravare la situazione, già segnata da un clima politico non proprio disteso, sono infatti le gravi difficoltà economiche in cui l’Egitto versa. Il deficit pubblico ormai sfiora quota 13 miliardi, la lira egiziana è in rapida svalutazione e la disoccupazione risulta in costante crescita.

Pare però che l’incontro di lunedì sia stato proficuo, è notizia di ieri infatti che il Fmi e le autorità egiziane riprenderanno nelle prossime settimane le trattative in tema di prestiti.

Masood Ahmed, il direttore del dipartimento dedicato al Medio Oriente e all`Asia centrale, ha dichiarato che il Fmi è disposto a supportate l’Egitto “nell’affrontare le sue crescenti sfide economiche e nel muoversi verso un modello inclusivo di crescita economica basata su un programma socialmente bilanciato e focalizzato sul territorio domestico

Era stato lo stesso Egitto lo scorso anno a sospendere i negoziati riguardanti un prestito da 4,8 miliardi di dollari, sulla scia delle proteste in merito alle iniziative del Presidente volte a centralizzare i poteri nelle sue mani e ad imporre misure di austerity. La riapertura delle trattative con il Fmi potrebbe attirare investitori privati, che avrebbero più fiducia nel Paese e spingerebbe altri istituti, come la Banca mondiale, a concedere aiuti finanziari.

Ma se queste misure placano le ansie dell’Occidente, timoroso di ritrovarsi con una Repubblica islamica in più da gestire,  l’aumento delle tasse, le misure di austerity e le politiche neoliberiste andrebbero a colpire gli strati più poveri della società egiziana, proprio lo zoccolo duro tra i sostenitori dei Fratelli Musulmani. E questo dimostra che, nonostante gli sforzi degli ultimi mesi, la strada che porta all’equilibrio economico e politico dell’Egitto risulta ancora lunga.

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