“Felicemente seduta”, per uscire dalla trappola dell’abilismo

Rebekah Taussig: tra saggio e autobiografia, una voce che contribuisce a smantellare i pregiudizi sulla disabilità, su cui la mentalità abilista si impernia.

Pubblicato da Le Plurali, Felicemente seduta. Il punto di vista di un corpo disabile e resiliente è un libro che punta il dito su ciò che facciamo sempre troppa fatica a vedere: il nostro mondo è pensato e costruito attorno a un concetto di corpo ideale che non tiene conto delle diversità, e relega ai margini tutti i corpi non conformi a quell’ideale. L’autrice del libro, Rebekah Taussig, è una scrittrice e docente statunitense con un dottorato in Saggistica creativa e studi sulla disabilità. Ha una pagina Instagram molto seguita, @sitting_pretty, che corrisponde al titolo originale del libro (Sitting pretty). Attraverso il suo account Instagram così come nel suo libro, Rebekah Taussig promuove una narrazione della disabilità distante dagli stereotipi che la permeano nell’immaginario collettivo.

La prefazione è curata da Marina Cuollo, scrittrice, speaker radiofonica, autrice di podcast e content creator, impegnata in prima linea nella lotta ai pregiudizi nei confronti della disabilità (ricordiamo ad esempio la sua partecipazione al saggio Anche questo è femminismo). Nella prefazione, appunto, Marina Cuollo afferma: «mi sono sentita compresa nella complessità del mio essere donna e disabile» (p. 7). ‘Complessità’ è una parola chiave da portare con noi durante tutto il viaggio attraverso queste pagine, perché capiamo sempre di più quanto le etichette che ci portiamo addosso non esauriscano minimamente le nostre identità, che invece si compongono nell’intreccio e nell’interazione di più elementi.

Per quanto possa sembrarci strano, Rebekah Taussig prende coscienza del suo essere disabile nella relazione con il mondo esterno: l’immagine che la società le rimanda è quella dell’anomalia, della mancanza, perfino dell’inutilità di un corpo non conforme al modello dominante, da cui scaturirà poi il suo sentimento di vergogna. Incominciamo a capire quanto parlare di disabilità riguardi tutti i corpi: come afferma giustamente l’autrice, la questione riguarda molto il contesto in cui i corpi vivono. Noi potremmo spingerci oltre e arrivare a dire che ‘dis-abilità’ è un concetto determinato unicamente dal contesto, in questo senso: il prefisso dis-, caro al linguaggio medico, ha da sempre un senso peggiorativo che indica una carenza, un malfunzionamento, una anormalità, ma l’abilità di un corpo a fare qualcosa è determinata fortemente dalle condizioni in cui tale corpo è immerso. Per fare un esempio: l’incapacità di salire al terzo piano di un palazzo dipende dalla presenza o meno di un supporto utile (scale, ascensore).

Il concetto di ‘carenza’, di ‘mancanza’, è da applicarsi più al contesto che al corpo in sé. Interessante a questo proposito è la distinzione che Rebekah Taussig fa tra disabilità e compromissione (p. 74). La compromissione delle sue gambe certamente è un dato di fatto e non scompare, ma l’ausilio (sedia a rotelle, ascensore) elimina la necessità di camminare e rende quindi il corpo abile a salire da un piano all’altro. Non si tratta quindi di negare i bisogni speciali di cui certi corpi necessitano: tutt’altro. Si tratta di rivendicare il diritto a ogni strumento o ausilio in grado di garantire ai corpi (tutti) l’abilità a muoversi nella maniera più libera e autonoma possibile. La definizione che Rebekah Taussig dà di abilismo è più efficace di quelle che troviamo nei dizionari: «l’abilismo è il processo che favorisce, feticizza e costruisce il mondo attorno al corpo che in linea generale viene immaginato e idealizzato, mentre discrimina quei corpi percepiti muoversi, vedere, sentire, elaborare, funzionare, guardare in modo differente o avere bisogni diversi rispetto a questa visione» (p. 25).

Il punto di vista di chi vive in prima persona la disabilità non può che ampliare l’orizzonte di chiunque: potremmo arrivare a capire che questo corpo-modello sul quale il mondo si costruisce forse non esiste affatto. C’è una riflessione molto importante nel libro, lanciata nel primo capitolo e approfondita poi nel quinto, con cui Rebekah Taussig ci ricorda che l’imperativo della produttività e quello gemello della velocità – su cui la nostra società ci schiaccia – nuoce a tutti i corpi – disabili e non. Quante volte vediamo pubblicità di integratori magici per non sentire il dolore e la fatica, per lavorare h24?

Questo corpo ideale perfetto, che non si ferma mai, che non si stanca mai, al quale ci sforziamo di ambire, semplicemente non esiste.
In un mondo che continua imperterrito ad andare nella direzione del valore misurato sul sacrificio e sul massacro del corpo e della mente, nella direzione di un’esistenza votata unicamente al lavoro, alla produzione, al profitto, la riflessione di Rebekah Taussig è rivoluzionaria e salvifica. Ci sembra di capire ancora di più Marina Cuollo quando ci dice nella prefazione che questo «è un libro per chiunque sia fatto di carne ed ossa» (p. 8).

Il corpo-modello ideale è anche quello che trionfa ovunque, nei film, in TV, nella pubblicità. Rebakah Taussig affronta nel suo libro anche la questione dell’assenza di rappresentazione della disabilità. I corpi non conformi sono relegati a una visione pietistica e vittimistica oppure usati strumentalmente come muse ispiratrici. Difficilmente rappresentati come corpi desiderabili e desideranti, quasi sempre corpi ‘angelicati’, che non condividono con i corpi conformi la ricerca della felicità e del piacere. Difficilmente parlanti per sé, ma sempre ‘parlati’ da altri.

Inutile dire che la rappresentazione della disabilità è praticamente assente quando si tratta di amore e sessualità. Se il corpo disabile non è mai mostrato come un corpo desiderabile e amabile – ragioniamo con l’autrice – subentra allora la paura che tutto ciò sia impossibile. Colpisce, e non poco, leggere che «nelle mie fantasie, ero sempre una versione non disabile di me stessa» (p. 44).

A questo proposito ci piacerebbe fare una piccola digressione su un progetto italiano molto interessante, Sensuability, nato proprio con l’intento di contribuire a una rivoluzione dell’immaginario, per far sì che gli stereotipi si rompano e lascino spazio a un’idea di sessualità che abbraccia tutti i corpi, affermando con forza che il desiderio e il piacere non sono prerogativa dei soggetti che non hanno disabilità fisiche e/o cognitive.

Il sesto capitolo del libro di Taussig affronta un’altra questione complessa: la necessità e al tempo stesso la difficoltà di integrare la disabilità nei discorsi femministi. Rebekah Taussig ci fa riflettere su come non solo l’esperienza della disabilità sia diversa da persona a persona, ma anche su come l’essere donna non coincida con un’esperienza uguale per tutte. E – siamo d’accordo con l’autrice – integrare la questione della disabilità nei discorsi femministi costituirebbe una ricchezza, perché porterebbe a interrogare la «relazione tra patriarcato e abilismo» (p. 192). E potremmo aggiungere nel quadro anche capitalismo e classismo: molte le pagine in cui Rebekah Taussig parla delle difficoltà dell’assistenza sanitaria per chi non ha ingenti risorse – e le persone disabili sono purtroppo spesso penalizzate da questo punto di vista.

A questo proposito, vorremmo menzionare anche la questione della gentilezza, che l’autrice affronta nel settimo capitolo del libro: se un corpo conforme compie un gesto di aiuto nei confronti di un corpo non conforme, l’accento si pone esclusivamente sulla gentilezza messa in pratica, senza che si facciano domande sul perché sia stata necessaria. Avviene quindi – ci avverte l’autrice – un’ulteriore marginalizzazione del corpo disabile: l’attenzione si concentra sul corpo non disabile che aiuta con benevolenza quello ‘sventurato’, come se la questione della disabilità si potesse affrontare sul piano della beneficienza, dell’elemosina, senza cambiamenti strutturali della società. Tornano prepotenti i concetti di autonomia e libertà di cui parlavamo all’inizio, che sono le chiavi per l’accessibilità, parola con cui si apre l’ultimo capitolo del libro.

Felicemente seduta è un titolo che ne richiama un altro: Ognuno ride a modo suo. Storia di un bambino irriverente e sbilenco, di Valentina Perniciaro. Questi due libri, per quanto diversi, risuonano insieme sulle parole ‘autonomia’, ‘libertà’, ‘accessibilità’.
Conosciamo bene gli accesi dibattiti sul valore della vita: si invoca spesso una aprioristica sacralità della vita, ma poi – a ben guardare – non così spesso si invoca l’accessibilità, l’autonomia, la libertà. Una volta venuta al mondo, questa vita sacra può solo scorrere in un corpo conforme al modello dominante, altrimenti deve lottare fin dal primo respiro per la sua dignità. Valentina Perniciaro insiste molto su questo nel suo libro e con le attività della Fondazione Tetrabondi (qui una nostra intervista).

L’etichetta di persone ‘speciali’ condanna queste vite all’esclusione, al martirio dei caregiver, che santifica il sacrificio e lascia tutto com’è. Piuttosto che negare l’accesso nelle strutture per mancanza condizioni idonee, andrebbero create le condizioni perché tutti i corpi possano entrare in ogni luogo. Piuttosto che lasciare che le famiglie se la sbrighino da sé, andrebbe sempre garantito il diritto all’assistenza – umana e strumentale – di cui necessitano. È un’ovvietà e sembra strano dover combattere affinché ciò avvenga. Potremmo spingerci oltre e dire che non è responsabilità unicamente dei genitori metterci al mondo e allevarci, ma dell’intera collettività: siamo figli e figlie del mondo, non solo di chi biologicamente ci concepisce. Siamo membri di una società che può funzionare solo se è capace di accogliere e abbracciare tutta la nostra diversità. Ed è necessario per questo che in cabina di regia entrino finalmente i corpi non conformi.

Felicemente seduta racconta la disabilità in una chiave diversa da quella pietistica, in una chiave realistica e umana. E con ironia. Solo così, cambiando i parametri e sgretolando i pregiudizi, si può pensare a un futuro totalmente accessibile, sbrigliare l’immaginazione e costruire un mondo di tuttǝ.

Sara Concato

Felicemente seduta
Rebekah Taussig
traduzione di Beatrice Gnassi
Le Plurali, 2022
pp. 272, € 18, e-book € 8

Potrebbero interessarti anche...

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: