“La Sposa Yemenita”, graphic novel d’autore

Parlare di cultura millenaria e guerra non è mai facile: nella graphic novel “La Sposa Yemenita”, pubblicata da Edizioni BeccoGiallo, la giornalista Laura Silvia Battaglia e la disegnatrice Paola Cannatella in maniera illuminante riescono a raccontarci, tra storie vere e bellissimi disegni, quello che Pasolini definì il Paese più bello del mondo, lo Yemen. Ne abbiamo parlato con le due autrici

INTERVISTA A LAURA SILVIA BATTAGLIA*

Vita quotidiana e morte improvvisa, matrimoni e attentati, incontri che fanno riflettere. Per chi non lo conoscesse, che Paese è lo Yemen? Nel 1981 Pier Paolo Pasolini lo definì “architettonicamente il più bello del mondo”.
È il Paese più bello del mondo, continua a esserlo. Ma la guerra ha cambiato il suo popolo. I fratelli uccidono i fratelli e le bellezze architettoniche sono state deturpate. Lo Yemen è il Paese più bello del mondo con le ferite più purulente che si possano immaginare.

Da oltre 2 anni* in Yemen è in corso una sanguinosa guerra tra varie fazioni, e come sempre è la popolazione civile a rimetterci, con migliaia di morti e più di 3 milioni di sfollati. In più, da mesi è in corso una terribile epidemia di colera che ha già provocato oltre 1.000 vittime. Qual è la situazione da oggi?
Parliamo a oggi di 1.300 morti e 180mila persone infette. Secondo Oxfam muore una persona ogni ora. Negli ospedali di Sana’a entrano 100 pazienti l’ora infetti da colera: tutti chiedono cure. L’OMS alla fine è riuscita ad avere il permesso eccezionale dal Gulf Cooperation Council (che da un anno impone un embargo su porti e aeroporti del Nord del Paese) per recapitare 650mila tonnellate di aiuti sanitari nel Nord, compresi 1.500 kit per la cura del colera ma sono rimasti, a detta di una mia fonte locale di OMS, bloccati per una settimana nell’aeroporto di Sana’a a causa di ” controlli” imposti dai ribelli del Nord. La guerra non accenna ad avere soluzioni. La fase di stallo, soprattutto sul piano diplomatico, sta lasciando il posto a infiltrazioni di intelligence soprattutto nel Sud del Paese che stanno tentando di utilizzare le carte delle relazioni tribali per costringere le due parti a una tregua. Ma ancora nessuno ha trovato gli accordi proposti soddisfacenti.

Ne “La sposa yemenita” grazie ai tuoi racconti (storie vissute in prima persona) e ai bellissimi disegni di Paola Cannatella è possibile comprendere quanta cultura e storia abbia questo contraddittorio Paese arabo. Eppure agli occhi di molti lo Yemen sembra essere solo una fucina di terroristi. Secondo te come è possibile evitare questo falso accostamento?
Conoscendo, viaggiando, leggendo. Ascoltando chi c’è stato. Frequentando yemeniti, oggi presenti anche in Italia, nonostante siano una comunità migranti molto piccola, costituita da sole 150 persone.

Nel libro viene descritto chiaramente come figli che restano senza padre “rischino” di crescere con l’idea di vendicarsi, diventando a loro volta terroristi. Questa è la seconda graphic novel che tu e Paola Cannatella pubblicate insieme dopo “Le due sponde”, storia di due donne, un’iraniana e un’irachena, durante il conflitto Iran-Iraq. Da dove e da chi è partita l’idea di questo nuovo lavoro in coppia?
L’idea di una collaborazione nel 2013 nacque spontaneamente da entrambe. Quella del libro, soprattutto da Paola. Paola ha visto una potenziale graphic novel nella storia del mio lavoro da giornalista che si intrecciava, casualmente, alla mia vita personale. All’inizio ero restia perché non ho mai molta voglia di mettere me stessa nei racconti di reportage. Non lo faccio mai, non mi piace. Ma questo stratagemma e questo linguaggio, stavolta, hanno reso possibile rendere la storia di questo Paese e di questo conflitto accattivante, godibile e, ovviamente, personale. Non me ne pento, anzi, ringrazio Paola di cuore per averci visto giusto.

Un’ultima domanda: a inizio giugno sei stata protagonista della campagna “Ho sposato un musulmano”, in risposta a un articolo pubblicato sul quotidiano italiano “Libero” dove si parlava di follia nello sposare una persona di fede musulmana. Cosa ti è scattato dentro, dato che tra l’altro tu sei sposata proprio con una persona yemenita?
Indignazione. Una potente indignazione. E la necessità di metterci la faccia. Spesso si tende a minimizzare fenomeni di hate speech o di disinformazione come questo. Ma creano opinione, humus culturale. Come giornalista so bene il potere che i giornalisti abbiamo in mano: di fatto determiniamo l’opinione pubblica, spostiamo voti, costruiamo narrative mainstream. Ho pensato che le narrative di odio vanno contrastate con le narrative del bene. Non si tratta di essere buonisti. Si tratta di essere onesti. Il mondo è pieno di brave persone e tra queste ci sono milioni di musulmani, nonostante molti terroristi si definiscano musulmani. L’Italia è piena di coppie miste felici. Siamo tante ed era ora di gridare “Noi ci siamo, lasciateci in pace”.

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INTERVISTA A PAOLA CANNATELLA*

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Un Paese, lo Yemen, dilaniato da una guerra che dura ormai da anni, con cultura e tradizioni millenarie che rischiano di scomparire per sempre. Che sentimenti ti ha provocato mettersi a raffigurare una storia così importante come quella che tu e Laura Silvia Battaglia raccontate ne “La sposa yemenita”?
Se una giornalista di grandezza come Laura Silvia Battaglia ha riposto fiducia in me, al punto di accettare che io rappresentassi e raccontassi la sua storia e tutte le altre storie che a lei, a sua volta, erano state affidate… be’, questo mi ha fatto sentire onorata e anche un po’ orgogliosa. Naturalmente, di tanto in tanto ho dovuto combattere con i miei “demoni”… Non sono mai stata in Yemen, e temevo che questo avrebbe ostacolato lo sviluppo di un’autentica partecipazione emotiva nei confronti delle persone/personaggi da raccontare. Ma i materiali che Laura mi ha messo a disposizione – scritti, foto, video – e il confronto costante con lei mi hanno permesso di entrare in quegli stati d’animo e in quelle situazioni: mi hanno divertita, terrorizzata, commossa, e così spero di riuscire a fare sentire i nostri lettori.

Ti autodefinisci “mezzafumettista”, ma sei anche co-sceneggiatrice e in passato tu e Laura Silvia avete già lavorato insieme al fumetto “Le due sponde”, storia di un’iraniana e un’irachena durante il conflitto Iran-Iraq. Secondo te la graphic novel può essere uno “strumento” utile a raccontare conflitti come quello in Yemen, naturalmente anche grazie al supporto delle storie raccontate per iscritto, in questo caso con l’aiuto di un giornalista?
È esattamente quello che abbiamo sempre fatto io e Laura: un fumetto breve – “Le due sponde” – e un romanzo – “La sposa yemenita” -, entrambe opere di graphic journalism. Io avevo iniziato qualche anno prima, con “Dove la terra brucia” (Rizzoli Lizard, 2011), un romanzo sulla vita della reporter di guerra Maria Grazia Cutuli e del conflitto scoppiato in Afghanistan nel 2001, raccontati anche attraverso una resa a fumetti dei suoi stessi articoli. Per descrivere in forma di fumetto le guerre in Yemen, Iran, Iraq, Afghanistan, tramite un giornalista di professione – il personaggio protagonista -, con quest’ultimo è fondamentale che io riesca a entrare in empatia. Solo così, con rispetto e in punta di piedi, ma tenendo gli occhi ben aperti, scelgo di fare graphic journalism.

Sei catanese di nascita. Hai mai raccontato la tua città e la Sicilia nei tuoi lavori?
Sì, ho raccontato la mia città natale miei primi due libri – parzialmente autobiografici – “Inchiostro di Jack” (Tunué, 2007) e “Prospettive” (Tunué, 2009). In particolare in quest’ultimo romanzo a fumetti, Catania non appare solamente di sfondo ma diventa protagonista della storia a tutti gli effetti. Non ho mai smesso di (sognare di) disegnarla.

In un articolo pubblicato a maggio su LaStampa.it, il giornalista che ti ha intervistato ha detto che “La sposa yemenita” è una graphic novel ‘proiettata verso il futuro’. Puoi spiegarci a cosa si riferisce esattamente? Pensi che tu e Laura Silvia Battaglia lavorerete ancora insieme? A quando la tua prossima pubblicazione?
Ho lavorato a questo libro mentre ero incinta, e durante il primo anno di vita di mio figlio. Quindi sì, immagino pensando anche al futuro mio come fumettista… Da un lato, credo di essermi consolidata come autrice di graphic journalism, e quindi guardo alla possibilità di altre pubblicazioni su questa stessa linea, ma solo alle condizioni che per me sono necessarie, primo fra tutte, un rapporto di conoscenza e stima reciproca con il soggettista – e al momento, mi sento legata così soltanto a Laura Silvia Battaglia. D’altra parte, ho già cominciato una cosa del tutto diversa: il “Diario della signora madre”, una divertente striscia autobiografica che pubblico online (dedicata “a tutte le donne che sognano di essere madri, e a tutte le mamme che, almeno una volta al giorno, si chiedono: ‘Ma che sta succedendo?’”). Dopotutto, “La sposa yemenita” è stato pubblicato a maggio, e al momento mi sto dedicando alla sua promozione. Mi piace sperimentare generi di fumetto diversi e ho alcuni progetti, ma scelgo sempre con estrema attenzione qualche portare fuori dal cassetto, visto che lavoro anche come grafica letterista e insegnante di fumetto, e faccio i conti col rischio di perdere quei lettori che non si aspettano di essere spiazzati. Cinque romanzi in dieci anni, questo è il risultato, ma questa sono io, la mezzafumettista che cambia stile di disegno e si specializza in lavori diversi che sempre hanno in ballo il fumetto. Il “Diario della signora madre”, però, posso centellinarlo sul web, e magari fra non troppo tempo se ne potrebbe fare una raccolta. Chissà.

Graziano Rossi

*Intervista del luglio 2017
**Articolo aggiornato al 10 agosto 2018

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